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Giro del mondo in birra: Mali

Seconda tappa consecutiva in Africa per il tour alla scoperta dei prodotti brassicoli: la scorsa settimana il viaggio era in Madagascar. Oggi andiamo a Mali, paese dove vengono realizzate sia birre industriali che tradizionali.

Mali, il Paese del Sahel (ovvero la macro regione a sud del deserto del Sahara), è similare a quello malgascio non solo per quanto concerne il panorama brassicolo: anche nell’ex colonia francese infatti, a causa di frequenti colpi di stato (l’ultimo nel 2020) e all’impossibilità di sfruttare le importanti risorse minerarie (carenza di infrastrutture), si registra un tasso d’indigenza della popolazione molto elevato.

Questo, come avviene anche in numerosi altri Paesi africani di cui abbiamo parlato (ad esempio Burkina Faso ed Eritrea), incide negativamente anche sullo sviluppo del settore brassicolo industriale: come però abbiamo già avuto occasione di sottolineare, quest’area del mondo si trova al centro degli interessi commerciali dei grandi produttori della bevanda.

Questo aspetto è dovuto al fatto che, nell’ultimo decennio, in Africa i consumi sono cresciuti del 4% ed inoltre, secondo le stime, entro il 2025, in questo continente, si svilupperà il 30% del mercato mondiale della birra: queste sono le ragioni per cui il gruppo francese Castel, nonostante il contesto socio-economico drammatico, ha deciso di acquistare l’unico birrificio industriale maliano.

Si tratta della Société des Brasseries du Mali, conosciuta come Bramali, inaugurata il 25 gennaio del 1986 nei pressi della capitale Bamako. Oltre a quelle di alcuni marchi conosciuti a livello planetario, fra i quali spicca la Guinness, produce una birra locale: la Bamba biere. Si tratta di una lager realizzata secondo i canoni dello stile americano che si presenta di color giallo paglierino e mette in risalto note maltate, agrumate e floreali.

bamba bier, birra Mali

Le pessime condizioni economiche della popolazione di cui abbiamo parlato in precedenza, impediscono alla maggior parte dei maliani di acquistare i prodotti della Bramali e le poche birre d’importazione reperibili nel Paese (si tratta di quelle prodotte in Africa dalla stessa Castel e dagli altri colossi del settore come Heineken).

Questo comporta due conseguenze: la prima è che il gruppo Castel destina la maggior parte della propria produzione locale alle esportazioni verso i Paesi africani con un’economia più sviluppata, la seconda è che la birra tradizionale, prodotta nelle abitazioni, domina la scena brassicola del Paese: stiamo parlando della tchapalo o birra di miglio.

Si tratta di un prodotto molto antico e di una bevanda che riveste una grande importanza culturale e sociale soprattutto presso le comunità Senufo, Lobi e Koulango stanziate nelle regioni meridionali del Mali, al confine con Costa d’Avorio e Burkina Faso.

La preparazione del tchapalo richiede alcuni giorni ed è tradizionalmente preparato dalle donne: per prima cosa s’immerge il miglio in acqua per un periodo che va dalle sette alle dieci ore e viene lasciato germogliare, coperto con foglie di manioca o taro per mantenerlo umido.

birra tradizionale tchapalo

Successivamente viene lasciato asciugare al sole per tre giorni: una volta asciutto il miglio viene macinato, riposto in una pentola (chiamata canari) con acqua e cotto per sei, otto ore. Il liquido filtrato ottenuto è chiamato “tossé”: a questo si aggiunge del lievito e si lascia fermentare durante la notte, talvolta aggiungendo spezie o pepe.

Il risultato è il tchapalo, una bevanda alcolica fermentata che con il tempo continua a fermentare, aumentando quindi il proprio tasso alcolico. In passato veniva preparato esclusivamente dalle donne della tribù Senufo le quali imparavano il procedimento durante la loro iniziazione alla Sandogo, una società segreta femminile.

Oggi questo sapere viene tramandato alle giovani donne, e coloro che seguono le tradizioni tribali preparano ancora questa bevanda che è consigliata durante la gravidanza e si ritiene abbia proprietà lassative aiutando in questo modo a controllare il peso.

Il tchapalo viene inoltre utilizzato durante i rituali che celebrano gli antenati e gli spiriti: viene infatti ritenuto un valido mezzo di comunicazione tra questo mondo e quello non tangibile, motivo per cui è possibile berlo solo dopo averlo offerto agli spiriti. Spesso infine fa parte della dote nuziale delle giovani spose, motivo per cui viene servito durante i banchetti nuziali.

Poiché non si mantiene a lungo, il tchapalo è venduto solo a livello locale e deve essere consumato poco dopo la sua produzione: una bevanda tradizionale la cui sopravvivenza, nei Paesi di quest’area dell’Africa economicamente più sviluppati (come il Senegal), è messa in pericolo dalle birre industriali locali ed importate.

Questo non avviene però in Mali dove diversi fattori, in primis l’elevatissimo tasso di povertà e una rete per i trasporti via terra molto limitata, non consentono alla maggior parte della popolazione di acquistare i prodotti industriali: motivo per cui, nonostante l’esistenza del birrificio Bramali, la birra tradizionale tchapalo, prodotta nelle abitazioni, e che fa parte della cultura maliana, continua ad essere la bevanda brassicola di gran lunga più diffusa.

Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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