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Giro del mondo in birra: Irlanda, Guinness e Irish dry stout. Seconda parte

Per la seconda settimana consecutiva, il tour mondiale alla scoperta dei prodotti brassicoli è in Irlanda: nell’isola di smeraldo come noto la storia che lega la birra a questa terra è antica di secoli e costituisce un vero e proprio livellatore sociale che accomuna tutti.

Per questo motivo, non si può non proseguire il racconto da dove si era fermato la scorsa settimana, ovvero alla nascita di un’istituzione quale la Guinness e a quella dello stile birrario iconico, l’Irish dry stout.

Prima della grande carestia che colpì il paese verso la metà dell’Ottocento, con conseguente emigrazione di parte della popolazione e, per quanto riguarda il settore birrario, alla scomparsa di molte realtà produttive, in Irlanda erano operativi oltre un centinaio di birrifici.

Fino a quel momento, il mercato irlandese aveva manifestato una netta predilezione per lo stile porter, restando però limitato alle città e ai piccoli paesi sparsi per le campagne. Nella seconda parte del secolo, nonostante la produzione fosse ancora concentrata nei centri abitati, la nascita di una fitta rete di canali e l’avvento delle prime linee ferroviarie diedero la possibilità di implementare la diffusione della bevanda.

La Guinness capì per prima le grandi potenzialità che tutto ciò avrebbe comportato in termini di sviluppo del mercato: motivo per cui, ben presto, diede vita ad una fitta rete di distribuzione nazionale con agenti sparsi su tutto il territorio e strinse accordi con gli imbottigliatori locali.

Chiave non secondaria della definitiva consacrazione del marchio, che sarebbe arrivata poco tempo dopo, fu anche la qualità raggiunta dal prodotto ottenuta con una serie di accorgimenti produttivi ed investimenti (a partire dal 1821) tesi proprio a migliorare questo aspetto: solo vent’anni più tardi, i volumi di vendita sarebbero quadruplicati.

La reazione della concorrenza non si fece attendere: nel sud del Paese, la Beamish prima e la Murphy’s poi (azienda fondata nel 1856, sempre a Cork, e convertitasi anch’essa dalla produzione di porter a quella di stout), misero in piedi un sistema di vendita chiamato “tied house”: tutti i pub dell’ area furono obbligati a vendere solo le birre locali, Beamish e Murphy’s appunto, o perché i birrifici avevano rilevato la proprietà del pub di turno o perché ne era stata rilevata la licenza di vendita.

Birra Beamish e la Murphy’s

A differenza di quanto stava accadendo nel resto del Paese, al nord, e a Belfast in particolare, l’industria birraria non rappresentava uno dei principali interessi commerciali, nonostante una predisposizione al consumo della bevanda radicata nella popolazione.

La birreria più importante restava la Mountain Brewery, fondata a Belfast da Thomas Caffrey’s nel 1897 e oggi conosciuta con il nome del suo fondatore. Nonostante questi tentativi di contrastare la Guinness, la crescita costante di fama e potenza commerciale della birreria dublinese consegnò al ‘900 un autentico colosso che dalla sua sede muoveva una quantità tale di birra da richiedere una deviazione ferroviaria che facilitasse la partenza dei barili.

I prezzi di vendita generalmente più bassi rispetto alla concorrenza (con tutta una serie di sconti riservati ai gestori dei pub che andavoano contro le abitudini degli altri birrifici) fecero il resto: diverse birrerie chiusero i battenti, o vennero rilevate dalla Guinness o strinsero accordi con essa come imbottigliatori: fu così che, nel 1902, il la birra scura, oggi più famosa al mondo, aveva invaso tutta l’Irlanda.

Caffrey’s, birra in Irlanda

Una curiosità piuttosto esplicativa del panorama brassicolo irlandese di quei tempi riguarda la brevissima storia del Dartry Brewery, un piccolo birrificio che aprì nel 1892 a Dublino producendo esclusivamente lager: il fatto che, dopo appena cinque anni fu costretto a chiudere la dice lunga su quanto questo prodotto fosse ancora estraneo alle abitudini degli irlandesi essendo una tipologia pressoché sconosciuta che avrebbe iniziato ad affacciarsi sul mercato dell’isola solo verso la metà del ‘900.

I primi decenni del ventesimo secolo furono piuttosto traumatici per il mondo birrario irlandese e ne definirono la fisionomia degli anni successivi. La maggior parte dei 36 birrifici rimasti conobbe un periodo di crisi irreversibile che, nel giro di poco tempo, ne causò la chiusura: all’inizio della seconda guerra mondiale infatti ne erano rimasti operativi solo 16.

In questo quadro abbastanza fosco, merita di essere ricordato il progetto, un po’ in controtendenza, di James Fitzsimmons, un ex-fornaio che dopo un po’ di gavetta birraria in quel di Monaco, nel 1937, aprì la sua The Real Lager Brewery dedicandosi alla produzione di lager, pilsner e bock.

Una scelta coraggiosa che pagò però di tasca propria, dimostrando quanto la sua intuizione fosse ancora qualche anno avanti rispetto al suo tempo: l’avventura di Fitzsimmons terminò infatti poco dopo, agli inizi degli anni ’50. L’agguerrito birrario era però convinto della sua idea, e predisse che di lì a poco qualche altro imprenditore, con maggiori risorse economiche, avrebbe aperto un birrificio per produrre birre a bassa fermentazione.

In effetti, solo qualche anno più tardi (era il 1961), venne fondata la Harp Lager che, grazie anche ad un mercato sempre più sensibile a questa tipologia di birra, riuscì ad aprire una breccia nel dominio assoluto della stout che fino a quel momento aveva dettato legge nei pub d’Irlanda.

Harp Lager, birra in Irlanda

Un’altra grande rivoluzione si stava quindi facendo largo nel mercato anglosassone, importante quanto lo era stata in passato l’affermazione del porter style. Il gusto del consumatore stava cambiando e le birre scure e tostate lasciarono lentamente posto, almeno in parte, alle pale ale che prevedevano l’utilizzo del carbone per un’essiccazione meno decisa del malto.

Birre dal sapore meno marcato che ben presto conquistarono il favore degli irlandesi. Questo però non avrebbe fermato la continua crescita della Guinness che, come vedremo la prossima settimana (ultima parte del viaggio dedicata all’Irlanda), sarebbe arrivata, nel volgere di poco tempo, ad esercitare una sorta di monopolio sull’isola.

Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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