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Giro del mondo in birra: Irlanda, la storia fino ai nostri giorni. Terza parte

Per la terza settimana consecutiva, il tour mondiale alla scoperta dei prodotti brassicoli è in Irlanda: nell’isola di smeraldo, come noto, la storia che lega la birra a questa terra è antica di secoli e costituisce un vero e proprio livellatore sociale che accomuna tutti. Per questo motivo, non si può non parlare dello sviluppo del panorama brassicolo irlandese fino ad arrivare ai nostri giorni.

Gli anni ’50 del secolo scorso videro la definitiva affermazione del marchio Guinness come sinonimo di birra irlandese. Questo, come visto la scorsa settimana, condusse ad una sorta di monopolio birrario. Nel 1951, una legge impose a tutte le imprese operanti sul suolo irlandese di essere qui registrate: un problema per la Guinness, che, dal 1886, aveva trasferito la sua sede legale in quel di Londra.

Per tutta risposta, l’anno successivo il birrificio dublinese rilevò la Cherry’s Creywell Brewery di New Ross, specializzata nella produzione di ales, che diede alla Guinness la possibilità di sviluppare la propria presenza anche in questo segmento di mercato. Il passaggio successivo fu quello della creazione, nel 1957, di un consorzio guidato proprio dalla Guinness, l’Irish Ale Breweries che, negli anni successivi, riunì sotto la propria sigla tutte le più importanti realtà produttive rimaste.

Nel frattempo, in Irlanda del nord, la produzione della Mountain Brewery fondata da Caffrey era cessata nel 1950: due anni più tardi, fondo ed impianti furono acquistati da un consorzio nord irlandese, l’Ulster Vintners, e l’attività riprese sotto il nome di Ulster Brewery: l’azienda verso la metà degli anni ’60 fu rilevata da una cordata anglo-scozzese, che più tardi divenne la Tennents-Bass.

Una delle principali novità degli anni ’60, fu senza dubbio l’introduzione della draught stout, una birra in fusto servita con una larga parte di nitrogeno nel fusto stesso e una spillatura che permetteva la formazione di una schiuma compatta e cremosa.

Fino ad allora infatti le stout servite nei pub erano il risultato di un blend conosciuto come “high cask – low cask” (fusto alto – fusto basso): in pratica al momento del servizio due terzi della pinta erano riempiti con una birra giovane, prelevata appunto dal fusto più alto. Il terzo rimanente era invece prelevato da un fusto tenuto più in basso che conteneva birra più vecchia.

Dall’ottenimento del giusto equilibrio fra i due prodotti si valutava la bravura dello spillatore. Nei piccoli pub di provincia, la birra veniva invece servita da un unico barile: per diminuire la quantità di gas presente veniva prima versata all’interno di un bricco e, solo successivamente, finiva nel bicchiere. L’avvento della draught stout, in un unico contenitore, sostituì così il tradizionale sistema di spillatura da fusti diversi, anche se venne mantenuto il rituale della preparazione della pinta in due momenti successivi.

Più o meno nello stesso periodo, cominciò a vacillare anche il sistema di vendita delle tied-houses di Cork al quale abbiamo accennato la scorsa settimana: alcune furono vendute, ad altre fu concessa la commercializzazione anche di birre non Beamish o Murphy’s, fra cui appunto la Guinness.

Il consorzio delle Irish Ale Breweries venne sciolto nel 1988  e tutti i birrifici ad esso aderenti entrarono a far parte del gruppo Guinness Ireland. La Guinness, ormai dominatrice incontrastata del mercato birrario irlandese, nel 1997 si unì alla Grand Met dando vita alla multinazionale Diageo con sede a Londra.

Per quanto riguarda la concorrenza, la Beamish cambiò proprietà nel 1987 quando fu rilevata dalla canadese Canadian Breweries: nel 1995 passò ancora di mano entrando a far parte della Scottish Courage, la divisione produttiva della Scottish & Newcastle.

birra Beamish

La Murphy’s aveva invece già da tempo perso la propria indipendenza essendo stata rilevata dalla Heineken nel 1983. La Caffrey’s Irish Ale, prodotta a Belfast, conobbe un periodo di discreta fama verso la metà degli anni ’90  per poi scomparire altrettanto in fretta. La Tennents-Bass, altra storica protagonista nell’Irlanda del nord, più o meno nello stesso periodo, divenne parte di INterbrew (poi InBew, adesso AB-Inbev), colosso belga che decise per la chiusura degli impianti di Belfast nel 2005.

Questo quadro, decisamente mutevole, ha consegnato ai giorni nostri un mercato sempre legato alla tradizione, ma profondamente cambiato. Le attuali preferenze irlandesi riguardano, ancora per un 40% circa, le stout, ormai però superate dalle birre a bassa fermentazione la cui diffusione riguarda invece il 52% dei consumi totali (sorpasso avvenuto per la prima volta nel 1999): chiudono la classifica di gradimento le altre tipologie ad alta fermentazione con il restante 8%.

Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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