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Giro del mondo in birra: Repubblica Centraficana

Nuova tappa per il viaggio che, dopo aver trascorso le ultime settimane in due autentiche culle dell’antica bevanda quali il Regno Unito e la Repubblica Ceca, torna in Africa, lo sconfinato continente affascinante anche per quanto riguarda i prodotti brassicoli: siamo in Repubblica Centraficana.

Qui infatti, come abbiamo già avuto modo di raccontare, troviamo sia un numero in costante crescita di produzioni industriali, con stabilimenti quasi tutti di proprietà delle multinazionali del settore, che una sconfinata varietà di bevande artigianali realizzate nelle abitazioni.

Questo quanto avviene anche nella Repubblica Centrafricana, uno degli Stati più poveri e sottosviluppati del pianeta, che offre un’ulteriore nitida dimostrazione di come quest’area del mondo sia al centro degli interessi commerciali dei grandi produttori della bevanda.

Il tutto è dovuto al fatto che, nell’ultimo decennio, in Africa i consumi sono cresciuti del 33% ed inoltre, secondo le stime, entro il 2025, in questo continente si svilupperà il 30% del mercato mondiale della birra: a sostenere questa crescita, troviamo una variabile tipicamente africana, ovvero il continuo aumento della popolazione che oggi è costituita da 1,4 miliardi circa di persone.

Per questo motivo, anche nello Stato centrafricano, uno dei leader mondiali nella produzione di birra quale il gruppo Castel, nel 2001, ha acquistato l’unico birrificio presente nel Paese: si tratta del Mocaf, operativo dal 1953, ed inaugurato da un’altra azienda francese, la Motte Cordonnier, nei pressi della capitale Bangui.

 

Fra le cinque referenze brassicole della casa, quella maggiormente apprezzata, secondo il portale ‘Rate beer’, è la Pelforth stout, con una gradazione alcolica del 6,5% che si presenta di colore scuro come prevede lo stile britannico. L’aroma, inoltre, presenta note di malto tostato, caramello, liquerizia, miele e caffè.

L’aspetto che però maggiormente affascina per quanto riguarda la bevanda in Africa, sono le molteplici produzioni domestiche, diverse per ingredienti (grazie alla sconfinata biodiversità del continente) e metodologie di preparazione: in tal senso, neppure la Repubblica Centrafricana fa eccezione. In particolare, qui troviamo due bevande tradizionali, il ‘doko’ , a base di miglio (il cereale che maggiormente si presta ad essere coltivato nella macroregione subshariana), e la birra di banane.

La prima viene prodotta all’interno di recipienti di argilla che vengono lavati utilizzando una pianta tropicale chiamata grawa (Vernonia amygdalina): in seguito, dopo un ulteriore risciacquo, i contenitori sono affumicati con il legno di weyra (Olea europea) per una decina di minuti.

birra tradizionale Repubblica Centraficana

La preparazione quindi prosegue seguendo 3 fasi principali: la prima (chiamata tejet) è dedicata alla delicata preparazione  del miglio: il cereale viene messo in ammollo all’interno di un contenitore, lo si lascia germinare per almeno 3 giorni ed infine lo si fa essiccare al sole.

Una volta trascorso questo arco di tempo, si prepara una specie di farina ottenuta dalla lavorazione delle foglie e dello stelo di un arbusto conosciuto come gesho e molto diffuso in tutta l’Africa subsahariana.  Nella seconda fase (tenses), si aggiunge una farina d’orzo, chiamata enkuro, oppure si può aggiungere del pane non lievitato (kita) fatto a pezzi e lasciato fermentare per una settimana. L’ultimo passaggio (difedef), prevede l’aggiunta di acqua assieme ad una nuova fermentazione che dura fino a 12 giorni trascorsi i quali la bevanda è pronta per essere consumata.

Per quanto riguarda invece la birra di banane, tradizionale delle aree al confine con il Congo, la ricetta prevede di poter utilizzare qualunque qualità di questo frutto: l’importante è che sia maturo. Il processo produttivo prevede come primo passaggio che da essi si ricavi l’umutobe, ovvero il succo fresco, molto dolce e zuccherato che non presenta alcuna gradazione alcolica, motivo per il quale può essere bevuto anche dai bambini.

Quando successivamente lo si lascia fermentare con l’aggiunta di lieviti selvatici derivati dalle farine di cereali quali il sorgo, il miglio ed il mais, si ottiene appunto la birra di banane: si tratta di una bevanda molto dissetante, con una gradazione alcolica che oscilla fra il 4,8 ed il 5,2% e presenta il tipico aroma dei prodotti brassicoli affumicati accompagnato da quello del concentrato del frutto del banano.

birra alla banana

Anche nella Repubblica Centrafricana, come in quasi tutti i Paesi dell’Africa, quindi la cultura della birra non deriva principalmente da quelle importate dai coloni europei nel corso dei secoli (in questo caso i francesi), oppure da colossi del settore come Castel, ma è soprattutto il frutto di diverse tradizioni popolari locali, nelle quali questa bevanda, preparata dalle donne, riveste un ruolo centrale in numerose importanti occasioni sia pubbliche che private, come banchetti nuziali e festività religiose.

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Nicola Prati
Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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