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Le bevande tradizionali del Belgio

Nuovo appuntamento con il viaggio alla scoperta dei prodotti tipici di tutto il pianeta che la scorsa settimana si trovava nelle Barbados. Il tour oggi torna in Europa e approda in Belgio.

Il Belgio è il paese che più di tutti trova nella birra la propria bevanda tradizionale, con una storia plurisecolare e il maggior numero di stili autoctoni ufficialmente riconosciuti al mondo (ben 14!): per i belgi produrla infatti è un modo per dimostrare il profondo senso di appartenenza alla propria terra, troppo spesso oggetto di conquiste straniere nel corso dei secoli scorsi.

Una delle Nazioni europee più piccole sia per l’entità della popolazione (poco più di 11 milioni di abitanti) che per l’estensione territoriale (circa 30mila km²), ma che, nonostante questo, ospita sul proprio territorio 115 birrifici che, ogni anno, producono circa 16 milioni di ettolitri di birra.

Il fatto che i prodotti belgi siano tra i più apprezzati fra gli appassionati di tutto il mondo è dovuto anche al fatto che qui tutto ruota intorno alla filiera brassicola: nel corso della storia si sono infatti sviluppate un’infinità di competenze legate anche al clima e alla coltura dei cereali in ciascuna piccola area come, ad esempio, quelle intorno ai monasteri dove si produce la rinomata birra trappista.

birra , La Trappe

Se le prime testimonianze scritte di una produzione birraria qui ci arrivano da Giulio Cesare, che in uno dei suoi scritti riconosceva la qualità superiore della birra dei Belgi, è durante il Medioevo che si sviluppa la tradizione brassicola del Paese, soprattutto grazie proprio al lavoro dei monaci.

I monasteri diventano infatti il centro produttivo e spesso si occupano della distribuzione e tassazione del “Gruit”, un mix di erbe e spezie usato per aromatizzare la bevanda prima dell’avvento del luppolo che ne avrebbe preso il posto (soprattutto per la sua capacità di preservare la qualità del prodotto)  a partire dal XIV secolo.

Dal XVII sec., invece, la birra ‘usciva’ dai conventi e diventava un’attività sempre più ben inserita nel tessuto economico-sociale delle città che vedevano aumentare esponenzialmente il numero dei birrifici: basti pensare che intorno al 1720, nella sola Bruges, si contavano addirittura 620 attività comunali gestite dalla borghesia locale dedite alla produzione della bevanda.

Ci troviamo quindi dinanzi ad un’autentica cultura brassicola nazionale, che è stata affinata e variegata nel corso dei secoli. Per parlare di tutte le tipologie di birre belghe e delle diverse interpretazioni di ciascuna di esse non basterebbe un libro: in questo articolo quindi parleremo di uno degli stili più antichi e rappresentativi.

Si tratta del Lambic, ovvero di una birra unica al mondo e sempre più rara: frutto di batteri e lieviti spontanei presenti nell’aria, viene prodotta esclusivamente nella valle del fiume Senne conosciuta come Pajottenland. Le prime tracce della sua ricetta risalgono al 1516 e un documento del 1559 redatto da Remy Le Mercier, un amministratore della città di Halle, riporta le proporzioni dei vari grani utilizzati.

Si trovano altre tracce della bevanda nei dipinti di numerosi pittori sia fiamminghi che valloni: in molti di questi quadri sono state rappresentate chiese, ponti e mulini che esistono tutt’ora nella regione di origine di questa birra, ovvero l’area sud-orientale del Belgio.

birra

La bevanda, come la conosciamo noi, ha circa 200 anni e si è evoluta nel tempo sia per quanto riguarda gli ingredienti che i metodi di produzione: questo il motivo per cui oggi la produzione, secondo i canoni tradizionali, è limitata e sopravvive grazie alla tenacia di pochissimi mastri birrai nel non volere che vada disperso un importante retaggio culturale.

La ricetta originale si basa su un’unica cotta di mosto da birra e prevede una serie di passaggi specifici che la rendono una birra unica per quanto riguarda il profilo aromatico. Gli ingredienti sono tre: frumento crudo (35%), orzo maltato (55%) e luppolo essiccato almeno due anni (10%).

Dopo la macinazione dei cereali e la miscelatura con acqua calda, viene aggiunto il luppolo e il tutto è bollito per non meno di tre ore: per una notte intera si lascia quindi raffreddare il mosto in una larga vasca di rame aperta dove la miscela entra direttamente a contatto con l’aria.

Questo contatto fa sì che il composto sia inoculato naturalmente di batteri e lieviti selvatici. Trascorsa la notte, il mosto viene pompato all’interno di botti di legno di rovere o castagno dove fermenta fino a tre anni: Il Lambic ottenuto dopo un anno di fermentazione si chiama Lambic ‘giovane’ (nel quale predomina l’aroma acido), mentre dopo due o tre anni diventa ‘vecchio’ ed è molto più secco e complesso.

Si tratta di una birra ferma poiché durante la bollitura l’anidride carbonica fuoriesce dalle botti di legno e pertanto non satura la bevanda. La preparazione tradizionale, infine, non consente, ovviamente, l’applicazione dei vari procedimenti moderni come la pastorizzazione, l’uso di sostanze chimiche e l’aggiunta di zuccheri, aromi o coloranti artificiali.

Quella di cui abbiamo parlato in questo articolo è solo una fra le tipologie più rappresentative della cultura brassicola belga, che è composta da una varietà di stili e interpretazioni che non possiede nessun’altro Paese dato che solo quelli  ufficialmente riconosciuti sono ben 14.

La storia plurisecolare e  la qualità unica della birra belga è stata riconosciuta anche a livello istituzionale: nel 2017 infatti l’Unesco le ha conferito lo status di ‘Patrimonio dell’Umanità’. Per questo motivo, quando ci troviamo davanti ad una Lambic, possiamo dire di essere intenti a degustare autentici sorsi di cultura.

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Nicola Prati
Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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