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Slow food, continua il progetto “Presidiamo la Puglia”

La Puglia ha sette nuovi presidi Slow food che sono stati presentati a Bari nei giorni scorsi, si tratta del secondo step di “Presidiamo la Puglia”, campagna pluriennale frutto di una collaborazione tra slow food Puglia e regione Puglia e volta a valorizzare le produzioni agricole del territorio.

I nuovi prodotti, premiati con la denominazione di eccellenza slow food sono l’uva baresana, uva da tavola coltivata solo in alcune piccole zone della provincia di Bari che compare la prima volta in scritti ufficiali nel 1892; i piselli salentini, che comprendono tre varietà di piselli tradizionali di altrettanti paesi coltivati nel basso Salento; gli agrumi tradizionali di Palagiano, antiche varietà coltivate in provincia di Taranto risalenti al XVIII secolo; la cipolla rossa delle saline di Margherita di Savoia, caratterizzata da un colore rosso intenso con sfumature purpuree; il suino nero pugliese, allevato principalmente allo stato brado; il carciofo della terra dei Messapi, tipico del territorio brindisino con le prime carciofaie risalenti all’immediato dopo guerra, ottenute da varietà provenienti dalla Sicilia, e infine la pecora gentile di Puglia, razza ovina autoctona delle province di Bari, Barletta, Andria, Trani e Foggia, una razza con con ottima resistenza e la capacità di adattamento e una lana molto fine.

cipolle rosse slow food puglia

Si spazia come si può vedere dall’allevamento all’agricoltura a testimonianza della grande vocazione del territorio pugliese per questa attività. I risultati del progetto sono stati infatti addirittura superiori alle aspettative: erano infatti previsti 11 nuovi presidi Slow Food, ne sono arrivati 12 e così in totale sono ora 35.

L’assessore all’agricoltura della Regione Puglia, Donato Pentassuglia ha commentato “Sono prodotti identitari di un territorio, della cultura e della storia di tante comunità, elementi che rappresentano anche fortissimi attrattori turistici.

Quella di Slow Food, come ho già ribadito, non è solo un’azione strategica di promozione dei nostri prodotti, ma una vera e propria operazione culturale che può avere un ritorno straordinario anche da un punto di vista economico, per le imprese agricole, i produttori, per il comparto turistico-ricettivo”.

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Redazione ApeTime
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