HomeLiquore - DistillatoDistillation history: Scozia o Irlanda, chi ha inventato il whisky?

Distillation history: Scozia o Irlanda, chi ha inventato il whisky?

Una cosa è certa: il whisky ha una lunga storia alle spalle. Meno certezze ci sono invece sulle sue origini, tradizionalmente contese fra Scozia e Irlanda.

Scopriamo allora come questo distillato di cereali maltati si è fatto strada nei secoli fino a diventare lo spirito più diffuso al mondo. Almeno in sintesi: come detto, è una storia lunga e articolata. Chi volesse ulteriormente approfondirne la conoscenza, potrà farlo attraverso i tanti libri disponibili sull’argomento.

Monaci scozzesi impegnati nella produzione di whisky e altri spirits

Dunque, partiamo dall’Irlanda: qui, come racconta lo storico della distillazione e della miscelazione Fulvio Piccinino nel suo libro “Saperebere“, la leggenda attribuisce la nascita di ciò che sarebbe divenuto il whisky (anzi, whiskey, come spieghiamo più avanti) addirittura al patrono del Paese, San Patrizio (che peraltro aveva forse origini scozzesi). Il quale avrebbe appreso i segreti della distillazione nel corso dei suoi viaggi di evangelizzazione, dopo il 430, e li avrebbe diffusi sull’isola ben prima che la civiltà occidentale ne entrasse ufficialmente in possesso con la presa di Gerusalemme, nel 1099. E secondo fonti inglesi, nel 1172 l’esercito di Enrico II incontrò parecchi problemi nell’invasione dell’Irlanda, a causa della resistenza della popolazione locale “caricata” da una “potente e miracolosa bevanda“.

D’altra parte, fanno notare gli scozzesi, la prima testimonianza documentale sul whisky è datata 1494 o 1495 e riporta una consegna a un frate irlandese all’abbazia di Lindores, in Scozia, di circa 500 chili di orzo destinati alla distillazione di circa 300 litri di uisce beatha, traduzione gaelica dell’espressione latina aqua vitae che indicava l’alcol distillato. Comunque sia, nei due territori si svilupparono nel tempo metodi di produzione diversi che hanno determinato differenze sostanziali fra scotch whisky e irish whiskey (la “e” fu probabilmente aggiunta dagli irlandesi a fine ‘800 proprio per distinguere il loro prodotto da quello scozzese), oggi codificate da leggi e disciplinari.

Le distillerie clandestine

Nel Cinquecento il whisky, come altri storici distillati, era trattato alla stregua di un medicinale, tanto che, dopo i monaci, a monopolizzarne la produzione in Scozia fu la corporazione di medici e chirurghi. Nel Settecento, ormai diffuso in Scozia e Irlanda come bevanda “a uso ricreativo”, era prodotto per lo più da ricche e nobili famiglie locali (in Irlanda la prima licenza di distillare fu concessa da Giacomo I nel 1608 a sir Thomas Phillips, a Bushmill). E il governo di Sua Maestà (l’Inghilterra annesse la Scozia nel 1707) decise di tassarlo, al pari del “proto-gin” giunto dall’Olanda, per finanziare le guerre contro Francia e Spagna.

Una distilleria clandestina di whisky nel 1700

All’epoca, la nobiltà di Londra e dintorni snobbava quest’acquavite di cereali, considerando decisamente più “trendy” il cognac francese. Come sempre accade, però, l’aumento delle tasse sulla produzione del whisky determinò la nascita di una miriade di distillerie clandestine nascoste negli scantinati o nelle campagne più remote. Un’attività che in Scozia – riferisce ancora Piccinino – poteva fruttare almeno 10 scellini al giorno: quanto bastava per acquistare un cavallo da tiro e una mucca da latte. In Irlanda si diffuse clandestinamente il poitin, distillato “povero” ottenuto da grano, malto d’orzo o patate: messo al bando dal governo britannico già nel 1661 per gli effetti del suo elevato tenore alcolico, fu reso legale dalla Repubblica d’Irlanda solo nel 1997.

Questa variegata produzione “sommersa” proseguì fino al 1823, quando la definitiva abolizione della super-tassazione portò alla legalizzazione di quasi tutte le distillerie clandestine di whisky, con la concessione di una licenza. La prima rilasciata dalla Gran Bretagna fu per Glenlivet nel 1824.

Botti di Bushmill’s, considerata la più antica distilleria di whiskey: è l’unica aperta al pubblico fra quelle in attività in Irlanda

Una importante spinta alla diffusione di questo distillato arrivò nel 1860, quando lo Spirit Act autorizzò il blending, ovvero la miscelazione di costosi whisky di malto con whisky prodotti con altri cereali, cosa che rese questo distillato più accessibile nel prezzo e più “facile” da consumare, grazie a un corpo più leggero. Tre anni dopo, la filossera colpì i vigneti di tutta Europa causando un crollo della produzione di cognac, il che portò a un’impennata di vendite del whisky.

Non solo Scozia e Irlanda

Intanto, fra Scozia e Irlanda emergeva un “terzo incomodo”: gli Stati Uniti, dove già dal 1700 i coloni scozzesi e irlandesi avevano iniziato a produrre il “loro” distillato, adattandosi ai cereali disponibili oltreoceano. In mancanza di orzo e frumento, utilizzarono così mais e segale, ottenendo un prodotto più dolce (se prevale il mais, come nel bourbon) o erbaceo (il rye, con prevalenza di segale).

Oggi, è noto, il whisky (o whiskey, grafia adottata anche negli Stati Uniti, oltre che in Irlanda) viene distillato anche in tante altre zone del mondo: dal Giappone, entrato ormai a pieno titolo nella “nobiltà” mondiale dei paesi produttori, al Canada, dall’India, leader per volumi di produzione (ma da quelle parti rientrano nella categoria anche prodotti a basso costo ottenuti dalla melassa, che altrove non potrebbero essere denominati whisky), fino all’Europa continentale. Compresa l’Italia, dove il primo whisky autoctono è stato lanciato meno di dieci anni fa e il numero di aziende produttrici è in costante crescita.

Qui, però, siamo già alla seconda parte della nostra piccola storia del whisky, che racconteremo nella prossima puntata.

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Stefano Fossati
Stefano Fossati
Redattore del tg Bluerating News, collaboratore delle testate economiche di Bfc Media, di Mixer Planet e naturalmente del Magazine ApeTime.

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