HomeBirraGiro del mondo in birra: Grecia, la culla della civiltà occidentale

Giro del mondo in birra: Grecia, la culla della civiltà occidentale

Dopo aver esplorato il panorama brassicolo di due Paesi situati in altrettanti continenti, la Giamaica nelle Americhe ed il Giappone in Asia, il tour torna in Europa per approdare in Grecia.

Un paese che, per la sua grande importanza nell’antichità, viene considerato la culla della civiltà occidentale.

La Grecia, come noto, vanta una storia ed una cultura plurisecolare che ha dato origine ad una serie di usanze riguardanti anche le bevande alcoliche, compresa la birra: qui infatti, fino al XX secolo, non era molto apprezzata venendole preferite il vino prodotto localmente e i distillati tradizionali Raki ed Ouzo.

Facendo un salto indietro nel tempo, scopriamo che gli antichi greci conobbero la birra già nel VII secolo a.c., quando intrapresero rapporti commerciali con diverse popolazioni dell’Asia e con gli egizi che producevano una bevanda, il vino d’orzo, molto simile alle odierne birre.

Molti di loro la consideravano una bevanda ‘barbara’, di scarso valore rispetto al vino, nonostante entrambe venissero utilizzate anche per scopi terapeutici: il celebre drammaturgo Eschilo, ad esempio, nell’opera ‘Le supplici’, scherniva gli antichi egizi con la frase “non sono uomini veri, ma uomini che bevono vino d’orzo”.

Non tutti però la pensavano allo stesso modo: i cretesi, già allora, erano abili nel produrre la bevanda della quale erano anche grandi consumatori. Allo stesso tempo, in varie parti della penisola ellenica ed in diverse isole, le donne, ad ogni primavera, si riunivano in una cerimonia in onore della dea dei raccolti Demetra nel corso della quale le offrivano un succo d’orzo e grano, prototipo degli odierni prodotti brassicoli.

Birra Greca

Un particolare curioso, un usanza importata dalla Mesopotamia, caratterizza le rappresentazioni degli antichi greci intenti a bere birra: l’utilizzo di una lunga cannuccia. La scena tipica, rappresentata sui celebri vasi in terracotta, è questa: due personaggi comodamente seduti uno di fronte all’altro bevono, attraverso una cannuccia, la birra contenuta in un vaso posto su un basso tavolino in mezzo a loro.

Questo tipo di cannuccia, diversa dalla nostra, aveva l’estremità inferiore caratterizzata da una serie di forellini che servivano a filtrare la bevanda prima di berla poiché all’interno del liquido potevano rimanere scorze d’orzo che era pericoloso ingerire.                                                                                                                   

La reputazione della birra, presso la maggior parte dei greci, ha iniziato a cambiare nel corso del XX secolo quando, nel 1864, ad Atene, ha aperto il primo birrificio autoctono (il Fix brewery che è ancora operativo) e, nei decenni successivi, sono aumentate le importazioni: questi due fattori, hanno dato modo di conoscere i vari stili prodotti in Europa, fatto che ha convinto della qualità della bevanda anche molti dei più scettici con conseguente aumento dei consumi.

In seguito, un altro importante impulso allo sviluppo del settore birrario greco sarebbe arrivato dal turismo di massa, specie quello verso le spiagge delle isole, le stesse dove infatti oggi hanno sede numerosi piccoli birrifici. Questo è il motivo per cui, come riportato dal ‘World beer index 2021’, adesso in Grecia, ogni anno, si consumano circa 195 litri di birra pro capite, più che in Paesi come l’Italia (120) e la Francia (140).

 

Ma non è tutto: la crisi finanziaria che ha colpito il Paese a partire dall’autunno del 2009, ha convinto molti giovani ad iniziare a produrla artigianalmente dando vita ad una grande varietà di birre realizzate anche con materie prime locali: prodotti innovativi che hanno vinto diversi premi a livello europeo.

Questo è il caso del piccolo birrificio Septem, fondato alla fine dello stesso anno da due giovani imprenditori e situato sull’isola Eubea, la seconda più grande della Grecia dopo Creta: nel 2015 infatti è stato insignito del titolo di ‘Brewery of the year’ al prestigioso concorso ‘Brussels beer challenge’.

Septem Sunday’s, birra Grecia

Il nome del birrificio, in latino, significa ‘sette’, come sette erano inizialmente le referenze della casa e come sono i giorni della settimana, ciascuno dei quali dà il nome ad una birra: troviamo ad esempio la ‘Septem Sunday’s’, una golden ale non pastorizzata, filtrata, con una schiuma cremosa e realizzata con l’impiego di miele ricavato dai fiori che crescono sull’isola.

Un’ altro prodotto del medesimo birrificio che, fin da subito, ha riscosso un certo successo è la imperial stout ‘Kleos’ con una gradazione alcolica del 10%: viene lasciata maturare per otto mesi in botti di rovere che le conferiscono aromi di vaniglia, spezie, caffè tostato e cioccolato.

Grecia che quindi oggi presenta una moltitudine di piccole realtà (ma anche grandi birrifici come il Mytos che esporta le proprie birre in Europa e Stati Uniti o l’ Athenian Brewery che, ciascun anno, ne produce 2 milioni di ettolitri) dedite alla produzione della bevanda che lanciano sul mercato decine di birre diverse.

Mytos, birra Greca

Questo viene fatto rivisitando, tramite anche l’utilizzo di materie prime locali, i classici stili europei e americani: anche qui dunque, dopo che per secoli è stata considerata una bevanda ‘barbara’, inferiore al vino, è iniziata la ‘craft beer revolution’ che ha fatto nascere una vera e propria cultura brassicola ellenica.

Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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