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Giro del mondo in birra: Islanda

Dopo la triplice tappa in Irlanda che, come noto, è una delle culle dell’antica bevanda, vantando una tradizione plurisecolare, il tour rimane in Europa spostandosi più a nord e approda in Islanda.

L’isola, nota per la sua affascinante natura selvaggia, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, presenta un palcoscenico birrario molto giovane e in piena espansione, con diversi microbirrifici sparsi su tutto il territorio.

Se attualmente la situazione è questa, in passato non è sempre stato così, anzi per alcuni decenni qui la birra è stata addirittura vietata: sebbene la bevanda fosse consumata fin dai tempi dei primi coloni (secondo alcune fonti dei monaci irlandesi), con un referendum del 1908 fu bandita insieme a tutte le altre bevande alcoliche.

Come successe in diversi Paesi, soprattutto anglosassoni, in quel periodo anche in Islanda si impose il cosiddetto ‘movimento per la temperanza’, ovvero la corrente sociale contro il consumo eccessivo di alcolici che promuoveva anche l’astinenza totale da questa tipologia di bevande.

Il bando totale durò solo pochi anni dato che, nel 1921, Spagna e Portogallo minacciarono di non acquistare più merluzzo se l’Islanda non avesse ricambiato acquistando vino: si arrivò ad un accordo e gli islandesi ebbero nuovamente qualcosa con cui brindare.

Con il passare del tempo, i proibizionisti islandesi divennero sempre meno numerosi ed infine, nel 1933, un nuovo referendum sancì la fine del divieto di consumo di alcolici: ma questo non valse per la birra che continuò a rimanere vietata ed importata illegalmente.

Questo per due motivi: il primo è che la birra, come oggi, era diffusissima in Danimarca, Paese di cui l’Islanda era ancora una colonia (l’indipendenza sarebbe arrivata nel 1944) e, per questo motivo, non veniva considerata ‘patriottica’; il secondo è che, essendo la bevanda alcolica più economica, si temeva che avrebbe comportato un consumo eccessivo di alcol, ragion per cui furono legalizzate solo delle versioni speciali, con una gradazione alcolica massima del 2,25%.

lattine birra

Niente poteva però fermare la voglia di autentica birra degli islandesi che, nel corso degli anni, si sono inventati numerosi escamotage per importarla illegalmente: si narra ad esempio di pescatori che nascondevano sotto il pesce svariate bottiglie della bevanda oppure di accordi ‘commerciali’ con il personale delle compagnie aeree non islandesi o con stranieri in visita al Paese che la potevano importare.

Fu in questo periodo che entrò in campo colui che, con la propria intraprendenza, avrebbe portato alla legalizzazione della ‘vera’ birra: si trattava di Davíð Scheving Thorsteinsson, un uomo d’affari islandese che, nel 1979, di rientro da un viaggio di lavoro, in un aeroporto acquistò delle birre le quali, una volta arrivato a Reykjavik, gli furono sequestrate.

Questo episodio lo spinse a rivolgersi direttamente ad alcuni parlamentari che appoggiarono fin da subito la sua causa e si fecero promotori della legalizzazione della birra: fu così che, una volta superate le resistenze degli ultimi nostalgici del proibizionismo, nel maggio del 1988 il Parlamento legalizzò consumo, importazione e produzione della bevanda.

Questo è il motivo per cui, per festeggiare la ritrovata libertà, il primo marzo di ogni anno, ricorre il ‘Bjórdagurinn’, ovvero il giorno della birra: una festa molto sentita dato che la bevanda, prima del bando, faceva parte da sempre della cultura popolare, e questo è anche il motivo per cui, dagli anni novanta in poi, sono nati numerosi birrifici di tutte le dimensioni.

Oggi il marchio più diffuso è il Viking che produce una lager filtrata e molto carbonata, una Vienna ambrata e corposa, una Baltic Porter e la Sumaröl, una witbier speziata: a queste, negli ultimi anni, si è aggiunta una linea di birre non pastorizzate.

Viking birra islandese

Per quanto riguarda la produzione artigianale, ovvero la ‘craft beer revolution di cui abbiamo parlato in diverse occasioni, invece in Islanda esistono due scuole di pensiero: una, più classica, che ripropone gli stili centroeuropei ed è caratterizzata dall’uso di spezie locali.

L’altra s’ispira agli stili angloamericani e punta alla produzione di birre luppolate come pale ale, ipa e anche imperial stout. In questa divisione c’è comunque un piccolo punto di incontro: quasi tutti i birrifici, compresi quelli industriali, producono una birra stagionale a base di frumento, disponibile solo in estate, dato che questa, nei secoli scorsi, era la birra tradizionale islandese per eccellenza. Come altrettanto tradizionale è l’usanza di degustare l’antica bevanda immersi in enormi vasche di legno riempite con birra calda.

Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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