HomeCronacaHappy Hour Day, la (vera) storia dell'aperitivo-abbuffata sempre meno trendy

Happy Hour Day, la (vera) storia dell’aperitivo-abbuffata sempre meno trendy

Il 12 novembre si celebra l’Happy Hour Day, la giornata dedicata appunto all’happy hour. E il pensiero va subito a banconi ingombri di ogni ben di Dio: tutto gratis per chi consuma un drink. Ma per quanto tempo ancora?

L’espressione, negli anni, è divenuta quasi sinonimo di aperitivo e convivialità, però la tendenza, sebbene ancora diffusa, appare oggi in deciso ribasso. A cominciare proprio dagli Stati Uniti, dove questa pratica è nata già ai tempi del Proibizionismo.

Anche se il concetto di “happy hour” affonderebbe le sue radici addirittura in ambito militare, dove non aveva niente a che fare con l’alcol e gli aperitivi. Sembra infatti che, con questa espressione, si indicasse negli anni ’20 del secolo scorso un momento di ricreazione previsto a bordo delle navi della Marina militare Usa, durante il quale venivano praticate attività sportive come la boxe e la lotta libera per consentire ai marinai di scaricare lo stress dovuto ai lunghi periodi di navigazione.

Uno speakeasy in America ai tempi del Proibizionismo

Nello stesso periodo, durante il Proibizionismo, negli Stati Uniti l’espressione “happy hour” (ma anche “cocktail hour”) venne utilizzata anche per descrivere l’abitudine, diffusasi fra molti americani, di bere drink prima dei pasti negli speakeasy, i locali clandestini in cui venivano servite bevande alcoliche nonostante il divieto di legge. Ma il concetto divenne realmente popolare oltreoceano solo verso la metà degli anni ’70, quando diversi bar di alcune grandi città, e in particolare a New York, iniziarono a proporre consumazioni a prezzi scontati nel tardo pomeriggio, tendenzialmente fra le 18 e le 20. Abbinando drink e cibi a buffet per rilanciare l’abitudine dell’aperitivo e il consumo di cocktail durante quella che viene definita la “dark age” della mixology.

L’happy hour alla milanese

In Italia, la tendenza venne importata nel decennio successivo a partire dalla “Milano da bere”, tanto che ancor oggi l’happy hour viene definito “aperitivo alla milanese”. Il primo a proporlo (noi c’eravamo, proprio lì…) fu il mitico Cap Saint Martin di Vinicio Valdo (imprenditore che successivamente avrebbe lanciato, chiuso e rivenduto più di una mezza dozzina di bar di tendenza nel capoluogo lombardo): un locale accanto alle Colonne di San Lorenzo, piccolo ma affollatissimo all’ora dell’aperitivo (pardon, dell’happy hour) di studenti universitari, yuppie e post-paninari che, pagando un drink, si potevano abbuffare senza limiti di pizzette, pennette, focaccine, patatine, lasagne e quant’altro continuava a essere portato sul bancone.

Da quel momento, l’happy hour si è espanso a macchia d’olio prima in città e poi in tutta Italia (e oltre). Anche perché, per i gestori (tanto a New York quanto a Milano, a Bologna o a Palermo) rappresentava spesso un’ottima opportunità per attirare i clienti e invogliarli a bere praticamente a costo zero, “riciclando” nel microonde le pietanze invendute all’ora della pausa pranzo, con l’aggiunta di chips e noccioline a basso costo. Per molti, l’opportunità di fare l’aperitivo e cenare pagando soltanto uno o due drink. Il che ha generato un ulteriore fenomeno passato alla storia con un neologismo orripilante (che quindi, per decenza, non scriverò), nato dall’unione proprio delle parole “aperitivo” e “cena”.

Come spesso accade, però, proprio la diffusione “universale” ha determinato uno scadimento della qualità media delle proposte dei locali per l’happy hour. Ed è questa una delle ragioni per cui questa pratica appare oggi in declino, per lo meno nei bar più attenti alle tendenze e frequentati dalla clientela più esigente. Che sempre meno gradisce accompagnare un drink, all’aperitivo, con focaccine rafferme, orecchiette scotte e patatine mollicce. Un altro “colpo” all’happy hour, poi, è arrivato dalla pandemia, quando era assolutamente proibito anche solo avvicinarsi al bancone di un locale: figuriamoci quindi se fosse possibile esporvi cibi in contenitori comuni per tutti i clienti.

Happy hour, sempre meno trendy

A questo si aggiunge il fatto che, negli ultimi decenni, ben 26 stati Usa, ma anche la provincia canadese dell’Alberta e, in Europa, l’Irlanda e la città britannica di Glasgow hanno messo al bando l’happy hour con leggi e regolamenti, nel tentativo di porre un freno al dilagante fenomeno del “binge drinking“. Ovvero la nefasta abitudine (diffusa soprattutto fra i più giovani) di “devastarsi” assumendo quantità industriali di alcol in un certo periodo di tempo.

Ecco quindi che, oggi, nei locali più “trendy” o comunque attenti alla qualità dell’offerta vi guarderanno malissimo se pronuncerete le parole “happy hour”. Sgomberati i banconi da ciotole e vassoi colmi di avanzi e snack di qualità discutibile, molti gestori puntano piuttosto ad accompagnare i drink all’aperitivo con piattini, “finger food” e taglieri proposti a pagamento (spesso per pochi euro), ma curati nella qualità degli ingredienti e della preparazione. Per molti avventori, diciamolo, è la fine di un incubo: quello di dover fare a cazzotti per avvicinarsi al banco con un piatto di plastica, alla conquista di un tozzo di pane secco e di una fetta di salame del supermercato.

Leggi anche:

Aperitivo Festival, gli abbinamenti food & drink per dimenticare l’happy hour

Stefano Fossati
Stefano Fossati
Redattore del tg Bluerating News, collaboratore delle testate economiche di Bfc Media, di Mixer Planet e naturalmente del Magazine ApeTime.

Aziende • Prodotti • Servizi

VINO

Dolce Salato