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Giro del mondo in birra: India

Dopo le due tappe consecutive nelle Americhe, in Guyana e Honduras, il viaggio alla scoperta di produttori e birre prodotte in ogni angolo del pianeta si trasferisce in Asia meridionale per approdare in India, Paese caratterizzato da uno sviluppo storico del proprio panorama brassicolo molto particolare.

Qui infatti, da secoli, esiste una birra tradizionale a base di riso, di cui parleremo, ma la birra ‘moderna’ è stata introdotta dagli inglesi che hanno colonizzato questo immenso territorio a partire dal 1700 circa e fino all’ indipendenza ottenuta nel 1947 grazie all’ opera di Gandhi.

Fin dai primi anni dell’occupazione, i coloni britannici, dato che in India non esisteva alcun prodotto brassicolo che soddisfacesse i loro gusti, iniziarono a farsi inviare via nave le birre prodotte in Inghilterra: queste però, a causa della lunghezza del viaggio (6 mesi), arrivavano in India qualitativamente deperite ed imbevibili.

La soluzione al problema sarebbe arrivata nel 1790 circa quando il mastro birraio londinese Hodgson avrebbe scoperto che alcune birre pale ale già in commercio si adattavano particolarmente bene ai lunghi viaggi via mare: si trattava di quelle caratterizzate da una maggiore luppolatura e da un’elevata presenza di alcol. Il primo infatti è un potente conservante mentre il secondo preserva le birre nel tempo e questo le faceva arrivare in buono stato nelle colonie indiane.

Queste caratteristiche, ed il fatto che venne avviata una produzione destinata a questo tipo di trasporto, fece nascere il nome di India Pale Ale o IPA. Uno stile birrario pensato proprio per quel territorio, il cui nome però può trarre in inganno dato che questo e l’attuale produzione birraria indiana restano due cose ben distinte.

Nel Paese asiatico infatti, dopo l’ ‘800, quando gli inglesi fondarono i primi birrifici, i produttori brassicoli locali, per quanto riguarda i luppoli da utilizzare per le proprie birre, per diversi motivi, hanno sempre utilizzato quelli di origine americana, motivo per cui, in un certo senso paradossalmente, uno degli stili birrari più diffusi nel Paese asiatico è l’ American Pale Ale o APA e non l’ IPA: questo nonostante il nome ed il fatto che il secondo sia uno degli stili attualmente più diffusi a livello mondiale.

Produzione birraria dell’India oggi caratterizzata da una moltitudine di birrifici di tutte le dimensioni (molti dei quali artigianali, segno tangibile che anche qui la ‘craft beer revolution’ si è ben radicata) che cresce ad un ritmo del 10% circa annuo soprattutto grazie alle esportazioni: come riportato dal il ‘World beer index 2021’ infatti i consumi interni della bevanda, per motivi culturali e religiosi sono molto bassi, solo 25 litri pro capite all’ anno.

Leader del mercato interno, con il 38% delle quote, è la Kingfisher, ovvero la birra del ‘martin pescatore’ prodotta dallo United Breweries Group. Fra le referenze della casa  troviamo la lager Premium: con una gradazione alcolica del 4,8%, si presenta di color giallo pallido con una sottile schiuma mentre il profilo aromatico mette in risalto le note dei luppoli impiegati.

Kingfisher, birra India

Per quanto riguarda la produzione artigianale, troviamo anche chi rivisita stili brassicoli tipici di nazioni che vantano una cultura plurisecolare in questo campo, come la Germania. Questo è il caso del Windmill Craftworks e della sua reinterpretazione delle weiss: realizzata con malti importati dalla Baviera, è aromatizzata con banana e chiodi di garofano.

La birra tradizionale invece si chiama Handia ed è a base di riso e a bassa gradazione alcolica. Difficile tracciare la storia di questa bevanda dato che vi sono almeno due gruppi etnici, i Munda e i Santal, che se ne attribuiscono l’invenzione: molto probabilmente però le popolazioni che, nel corso dei secoli, hanno abitato questi territori sapevano fermentare i liquidi già nell’ 8000 a.c.

Nella preparazione artigianale, il riso (si utilizza quello ad elevato contenuto di glutine) viene pulito sciacquandolo più volte con l’acqua: in seguito, viene cotto e distribuito su tappetini realizzati col bamboo, oppure nelle foglie di banano per essere scolato.

birra tradizionale India

A questo punto viene aggiunto l’humao (una botanica) al riso: si tratta di uno starter tradizionale realizzato con farina di riso e corteccia di Albizia (pianta molto diffusa in India) grattugiata che inizia la fermentazione la quale dura più giorni a seconda della stagione.

Quando il riso comincia a rilasciare del liquido zuccherino, questo viene preso e trasferito all’interno di coni chiamati khulu i quali vengono sistemati sopra a dei recipienti che dovranno raccogliere tutto il liquido che cola. Una volta compiuta la colatura, la birra tradizionale è pronta per essere servita e consumata.

Viene realizzato in occasione di feste religiose, oppure di matrimoni e funerali, per essere bevuto durante i pasti; quando nasce un bambino inoltre il neo padre bagna le labbra del neonato con delle gocce di questa bevanda per tenerlo lontano dalla cattiva sorte.

Una birra tradizionale che, da secoli, fa parte della cultura di numerose etnie fra quelle che popolano l’India, ulteriore dimostrazione di come, in tutto il pianeta, agli antenati dei moderni prodotti brassicoli, sia sempre stato riservato un ruolo centrale nella società di popolazioni fra loro culturalmente molto diverse.

Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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