L’aperitivo continua a conquistare spazio nelle abitudini degli italiani. Nel 2026 gli spirits tornano a crescere nella grande distribuzione e tra le categorie più dinamiche ci sono proprio gli aperitivi alcolici. Ma dietro ai numeri c’è qualcosa di più interessante: stanno cambiando il modo di bere, le occasioni di consumo e il rapporto con cocktail e miscelazione. Un’evoluzione che riguarda anche bar e locali.
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L’aperitivo cresce più del mercato degli spirits
Il 2026 sta mostrando segnali di ripresa per il mercato italiano degli spirits, almeno osservando le vendite nella grande distribuzione.
I dati dell’Osservatorio Federvini realizzato in collaborazione con Nomisma indicavano già nel primo trimestre dell’anno un aumento del 2,9% dei volumi. A sostenere il recupero erano soprattutto aperitivi alcolici e sodati, insieme al gin, mentre la grappa rimaneva in territorio negativo.
È un dato che merita di essere letto nel contesto degli ultimi anni. Il mercato degli spirits arriva infatti da una fase tutt’altro che semplice. Nel 2025 i consumi in Italia si erano attestati intorno a 125 milioni di litri, circa il 10% in meno rispetto al 2019. Anche a livello internazionale il comparto aveva rallentato, con l’export italiano sceso del 5% rispetto al 2024, pur mantenendo un valore di circa 1,7 miliardi di euro.
L’aperitivo sembra però muoversi con una dinamica propria.
Non significa che gli italiani abbiano improvvisamente ricominciato a bere di più. Le ricerche sui consumi descrivono piuttosto un pubblico più prudente, selettivo e attento alla qualità dell’esperienza.
Ed è proprio qui che l’aperitivo trova uno spazio particolare: non è soltanto una categoria di bevande, ma un’occasione di consumo facilmente associabile alla socialità, al fuori casa e alla miscelazione.
Va inoltre fatta una distinzione importante. I dati Federvini-Nomisma sulla ripresa del 2026 fotografano principalmente le vendite nella GDO e non possono essere trasferiti automaticamente ai consumi nei cocktail bar, nei ristoranti o negli hotel. Rappresentano però un indicatore significativo dell’interesse dei consumatori verso determinate categorie.
Gin, aperitivi e cocktail: cambia il modo di bere
Uno dei fenomeni più evidenti riguarda la miscelazione.
Secondo lo studio Nomisma presentato nel giugno 2026 per AssoDistil, l’80% dei consumatori di spirits che frequenta i locali preferisce berli miscelati. Anche tra le mura domestiche la percentuale resta rilevante, attestandosi al 52%.
Il cocktail, quindi, non è più soltanto una scelta legata al bancone di un cocktail bar specializzato. Anche i trend della mixology 2026 mostrano un settore nel quale gusti, occasioni di consumo e proposte dei locali stanno evolvendo.
Spritz, gin tonic e altri drink relativamente semplici da preparare hanno contribuito negli anni a rendere la miscelazione familiare anche a un pubblico meno esperto. Parallelamente sono cresciuti prodotti pensati proprio per rendere più immediata questa modalità di consumo.
È il caso dei ready to drink a base spiritosa. Nel 2025 in Italia hanno raggiunto 22,4 milioni di litri, con una crescita del 52% rispetto al 2019.
Anche l’andamento delle singole categorie racconta qualcosa. Nel primo trimestre 2026 Federvini segnalava, oltre alla crescita degli aperitivi alcolici e dei sodati, un andamento positivo del gin. Già nel 2025 le vendite nella GDO avevano evidenziato risultati favorevoli per prodotti utilizzati frequentemente nei cocktail, come tequila, gin e vodka.
Il punto, dunque, non è soltanto quale distillato viene scelto, ma anche come viene consumato.
Il bicchiere miscelato consente una grande varietà di proposte: dai classici dell’aperitivo ai signature cocktail, fino alle versioni con gradazione più contenuta.
Su quest’ultimo fronte il mercato sta iniziando a mandare segnali interessanti. Il 15% degli italiani dichiara infatti interesse verso il consumo o la prova di spirits low alcohol.
Non siamo ancora di fronte a una sostituzione dei cocktail tradizionali, ma a un ampliamento delle possibilità. Una carta aperitivo contemporanea può così mettere insieme proposte molto differenti per intensità, ingredienti e gradazione.
Bere meno, scegliere meglio: il nuovo aperitivo italiano
La crescita di alcune categorie può sembrare in contraddizione con il progressivo calo dei consumi di alcolici. In realtà, i due fenomeni possono convivere.
Negli ultimi cinque anni i volumi degli spirits in Italia hanno registrato una contrazione significativa. Allo stesso tempo, Nomisma descrive un consumatore che tende a ridurre alcune occasioni di consumo ma diventa più esigente quando decide di spendere.
Nel fuori casa il fenomeno appare ancora più evidente: un italiano su due dichiara di uscire meno per pranzi e cene, ma quando lo fa cerca esperienze di qualità superiore.
È una tendenza che può essere sintetizzata nel “meno, ma meglio”.
Per l’aperitivo significa che la competizione non si gioca necessariamente sulla quantità. Contano la qualità del drink, il servizio, l’ambiente, la proposta gastronomica e, sempre più spesso, la capacità del locale di offrire qualcosa di riconoscibile.
Anche la scelta delle bevande può diventare più consapevole. Accanto ai grandi classici trovano spazio bitter, vermouth, gin, prodotti territoriali e proposte con minore gradazione alcolica.
L’aperitivo italiano, del resto, ha sempre avuto una forte capacità di trasformarsi. Dal vermouth servito prima dei pasti agli aperitivi amari, fino all’affermazione dello Spritz e alla crescita della cocktail culture, il rito è rimasto riconoscibile mentre ciò che finiva nel bicchiere continuava a cambiare.
Oggi questa trasformazione incontra anche una maggiore attenzione al benessere. Non significa necessariamente rinunciare all’alcol, ma poter scegliere tra più alternative.
Per questo accanto ai cocktail tradizionali stanno acquistando visibilità proposte low alcohol e analcoliche, che permettono ai locali di intercettare persone con esigenze differenti all’interno dello stesso momento di consumo.
Cosa significa questa tendenza per bar e locali
Per il mondo HoReCa, i dati suggeriscono soprattutto la necessità di leggere l’aperitivo come un momento di consumo sempre più articolato.
Una carta molto estesa non è necessariamente la risposta migliore. La crescente selettività del pubblico può rendere più efficace un’offerta comprensibile, ben costruita e coerente con l’identità del locale.
Alcuni elementi emergono con particolare chiarezza:
- cocktail classici riconoscibili e preparati correttamente;
- una selezione mirata di aperitivi, bitter, vermouth e spirits;
- proposte low alcohol e analcoliche realmente curate;
- attenzione alla qualità degli ingredienti e del ghiaccio;
- una componente food proporzionata al posizionamento del locale;
- personale capace di spiegare il drink senza trasformare il servizio in una lezione di mixology.
C’è poi il tema del prezzo.
La prudenza dei consumatori non è scomparsa. L’aumento del costo della vita continua a condizionare le scelte e una parte del pubblico cerca di ridurre la frequenza delle uscite. Questo rende ancora più importante la percezione del valore.
Un cocktail più costoso può essere accettato quando qualità, servizio e contesto risultano coerenti. Al contrario, un aumento di prezzo non accompagnato da una migliore esperienza rischia di essere percepito immediatamente.
L’aperitivo si trova quindi in una posizione particolare. Da una parte conserva la sua natura informale e accessibile; dall’altra sta assorbendo alcune dinamiche tipiche della premiumizzazione del beverage.
Per bar, cocktail bar, ristoranti e hotel la sfida sarà trovare il punto di equilibrio.
I numeri del 2026 non raccontano semplicemente un ritorno agli spirits. Mostrano piuttosto come alcune occasioni di consumo riescano a crescere anche in un mercato nel quale gli italiani stanno diventando più cauti.
E l’aperitivo, ancora una volta, sembra essere una di queste.
Per il settore HoReCa è un segnale da osservare: non tanto per inseguire ogni nuova tendenza, quanto per capire come stanno cambiando le aspettative di chi si siede al tavolo o davanti al bancone.




