Ci sono produttori che lavorano dentro una denominazione e altri che la usano come punto di partenza per andare oltre. Oxer Bastegieta appartiene a questa seconda categoria: basco, irrequieto, diviso tra Rioja Alavesa e Bizkaiko Txakolina, interpreta il vino come espressione viva del territorio. Paolo Mantovani racconta alcuni dei suoi vini più identitari, tra bianchi atlantici, rossi profondi e una sensibilità artigianale che non cerca la perfezione, ma energia nel bicchiere.
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Chi è Oxer Bastegieta
Oxer Bastegieta è uno dei nomi che hanno contribuito a rendere più interessante il racconto contemporaneo del vino spagnolo. Non quello più prevedibile, legato solo alle grandi denominazioni e alle categorie consolidate, ma quello dei produttori capaci di attraversare confini geografici, stilistici e culturali.
Basco d’origine, Bastegieta divide il proprio lavoro tra il mondo atlantico della Bizkaiko Txakolina e quello più interno della Rioja Alavesa. Due territori molto diversi per clima, paesaggio e tradizione, ma uniti da una stessa tensione: dare voce alla terra senza addomesticarla.
La sua storia parte nei Paesi Baschi, dove inizia a produrre txakoli da una vigna piantata dal padre vicino a Kortezubi. Poi arriva l’incontro con la Rioja Alavesa, in particolare con Laguardia, ai piedi della Sierra Cantabria. Una scelta che diventa decisiva per il suo percorso e che porta il produttore a costruire un progetto personale, fatto di vecchie vigne, parcelle, varietà locali e una lettura molto precisa del territorio.
In questo percorso, il dato più interessante non è soltanto la doppia appartenenza geografica. È il modo in cui Oxer interpreta la viticoltura. Agricoltura organica e rigenerativa, fermentazioni spontanee, interventi minimi in cantina, attenzione al legno senza trasformarlo in protagonista. Tutto sembra orientato a preservare energia, identità e tensione.
Nel bicchiere, questa impostazione si traduce in vini che non cercano un gusto levigato a tutti i costi. Sono vini spesso verticali, materici, profondi, a volte spiazzanti. Hanno un’identità netta e non sempre immediata, ma proprio per questo restano impressi.
Rioja Alavesa, Txakoli e Toro: territori diversi, stessa energia

Parlare di Oxer Bastegieta significa parlare di luoghi. Non come semplice cornice, ma come elemento centrale del vino. Ogni territorio porta con sé una grammatica diversa e chiede una lettura specifica.
La Bizkaiko Txakolina racconta l’anima atlantica dei Paesi Baschi. È una zona segnata dalla vicinanza dell’oceano, da freschezza, salinità e tensione acida. Qui il txakoli non è soltanto il bianco leggero, nervoso e immediato che molti consumatori associano alla tradizione basca. Nelle mani di Oxer può diventare un vino gastronomico, più complesso, capace di unire sale, agrumi, frutto e profondità.
La Rioja Alavesa, invece, appartiene a un’altra immagine della Spagna del vino. È una zona storica, collocata nella parte basca della denominazione Rioja, dove altitudine, vecchie vigne e suoli calcareo-argillosi permettono interpretazioni molto personali. In questo contesto Oxer lavora su Garnacha, Tempranillo, Viura e altre varietà locali, cercando più la vibrazione della parcella che la riconoscibilità standard della denominazione.
C’è poi il richiamo a Toro e alla Castiglia e León, territorio più caldo, materico e potente. Qui la Tinta de Toro può esprimere struttura e profondità, ma anche una certa severità. Nella visione di Oxer, però, la forza non diventa mai un obiettivo in sé. Il vino deve mantenere respiro, equilibrio e movimento.
Per questo l’espressione “vini senza confini”, usata da Paolo Mantovani, funziona bene. Non indica vini generici o slegati dalla provenienza. Al contrario: racconta vini profondamente territoriali, ma liberi dalle semplificazioni.
I vini raccontati da Paolo Mantovani

Iraun, la Rioja bianca che guarda in alto
Iraun è uno dei vini che meglio raccontano la parte bianca e riojana del progetto. Nasce da Viura e da altre varietà locali a bacca bianca, in un’interpretazione che punta su tessitura, sapidità e profondità. Non è un bianco di passaggio, ma un vino con ambizione gastronomica.
Nel racconto di Mantovani viene indicata l’annata 2024, con prevalenza di Viura e presenza di Calagraño, Garnacha Blanca, Maturana Blanca e Malvasía Riojana. È un dettaglio importante perché restituisce l’idea di una Rioja bianca plurale, lontana dal monovitigno semplificato e vicina a una visione più antica del vigneto.
Iraun può essere letto come un bianco di energia: non gioca solo sulla freschezza, ma anche sulla materia. È il tipo di vino che può dialogare con piatti di mare strutturati, carni bianche, formaggi non eccessivamente stagionati e cucine in cui la componente sapida ha un ruolo importante.
Marko Terlegiz, il volto atlantico del Txakoli
Nel testo originale viene citato come “Oxer Marko Terlegic”, ma la denominazione corretta è Marko Terlegiz. È un vino legato alla D.O. Bizkaiko Txakolina e al mondo dei vitigni baschi, in particolare Hondarrabi Zuri e Hondarrabi Zuri Zerratia.
Qui il cambio di registro è evidente. Si passa dalla profondità riojana alla tensione atlantica. Il vino si muove su acidità, sale, profilo agrumato, verticalità. Non bisogna però immaginarlo come un bianco semplice: nella visione di Oxer, anche il txakoli diventa un vino di dettaglio, capace di raccontare suolo, clima e mano del produttore.
È una bottiglia che parla bene al pubblico contemporaneo, sempre più interessato a bianchi dinamici, meno alcolici, gastronomici e adatti a una cucina marina, vegetale o di grande freschezza.
Marko Gure Arbasoak, memoria basca e profondità
Anche “Marko Arbasoak”, nel racconto del post, merita una precisazione: la denominazione più completa è Marko Gure Arbasoak. Il nome richiama gli antenati e introduce un elemento importante del mondo Oxer: il rapporto tra vino, memoria e identità.
Le etichette e i nomi non sono accessori estetici. Sono parte di un linguaggio personale, in cui il produttore costruisce un universo coerente. Marko Gure Arbasoak amplia l’idea comune di txakoli: non solo acidità e immediatezza, ma anche volume, materia e complessità.
È uno dei vini più interessanti per capire quanto il Paese Basco possa offrire letture nuove nel panorama dei bianchi europei. Un vino che non cancella la freschezza atlantica, ma la arricchisce con profondità e struttura.
Kalamity, il rosso che non cerca compromessi
Kalamity è uno dei vini più riconoscibili di Oxer Bastegieta. Nel post viene presentata l’annata 2024, con Garnacha Tinta, Tempranillo, piccole quote di Garnacha Blanca e Viura, e affinamento in barrique di rovere.
È un vino che già dal nome suggerisce un carattere fuori dagli schemi. Non è pensato per rassicurare, ma per esprimere energia, profondità e tensione. Nelle diverse annate, Kalamity viene spesso associato a una lettura contemporanea della Rioja: meno centrata sull’impronta del legno e più sulla vitalità del frutto, sulla precisione della parcella e sulla materia minerale.
In un mercato dove molti rossi spagnoli sono ancora percepiti attraverso categorie tradizionali, Kalamity rappresenta una deviazione interessante. Non rinnega la Rioja, ma la interpreta con un linguaggio personale, più libero e più vicino alla sensibilità dei piccoli vignaioli contemporanei.
Kuusu, la forza della Tinta de Toro
Kuusu porta il racconto verso Toro e la Castiglia e León. Nel post viene indicato come vino da Tinta de Toro con una quota di Albillo e affinamento in fudres. È una scelta significativa: la Tinta de Toro è una varietà capace di potenza, colore, struttura e profondità, ma nelle mani giuste può evitare pesantezza e caricatura.
Qui Oxer sembra misurarsi con un territorio più estremo, dove il rischio dell’eccesso è sempre presente. La sua interpretazione punta invece a dare forma alla materia senza schiacciarla. Il vino mantiene energia e carattere, ma cerca equilibrio.
Kuusu è una delle bottiglie più adatte a chi ama i rossi spagnoli di personalità, ma non vuole restare dentro l’immagine del vino muscolare e prevedibile. È un rosso che può parlare a tavole importanti, piatti di carne, lunghe cotture, ma anche a degustazioni più tecniche, dove interessa capire come un produttore lavori fuori dalla propria zona più nota.
Suzzane, Garnacha e finezza
Suzzane è il volto più elegante e diretto della Garnacha secondo Oxer. Nel post viene citata l’annata 2023, 100% Garnacha Tinta, con affinamento in botti di rovere francese.
È un vino che permette di leggere la Garnacha in chiave meno pesante e più luminosa. La varietà, quando trova altitudine, vecchie vigne e una mano sensibile, può offrire frutto, spezia, florealità e tensione. Non solo calore e morbidezza.
Suzzane funziona bene anche come chiave d’ingresso al mondo Oxer: è riconoscibile, territoriale, ma non respingente. Ha carattere senza diventare ostico. È uno di quei vini che possono mettere d’accordo chi cerca eleganza e chi cerca identità.
Perché questi vini parlano al pubblico di oggi
Il successo crescente di produttori come Oxer Bastegieta non è casuale. Negli ultimi anni, una parte sempre più attenta del pubblico del vino ha iniziato a cercare bottiglie meno standardizzate, più leggibili nella loro origine, più sincere nel rapporto tra suolo, vitigno e mano del produttore.
Non si tratta solo di moda. C’è una domanda reale di vini capaci di raccontare qualcosa. Vini che non siano costruiti per piacere indistintamente a tutti, ma che abbiano una posizione chiara. In questo senso, Oxer incarna bene una tendenza più ampia: il ritorno alla parcella, alle vecchie vigne, alle fermentazioni spontanee, agli interventi misurati, alla biodiversità agricola.
Il suo lavoro si colloca in quella fascia di produttori che interessano non solo agli appassionati, ma anche a ristoratori, sommelier e wine bar alla ricerca di etichette con una storia vera. Per la ristorazione contemporanea, infatti, vini come questi hanno un valore preciso: permettono di costruire una carta meno prevedibile, più narrativa, più coerente con una cucina di ricerca.
Non sono vini da vendere solo con una scheda tecnica. Richiedono racconto, contesto, ascolto. Bisogna spiegare perché un txakoli possa essere complesso, perché una Rioja possa allontanarsi dagli stereotipi, perché un rosso di Toro possa cercare finezza oltre alla forza.
In questo senso, il post di Paolo Mantovani coglie un punto importante: i vini di Oxer non cercano di essere perfetti. Cercano di essere vivi. È una frase efficace perché sposta l’attenzione dal giudizio tecnico alla presenza del vino.
Un vino vivo non è necessariamente comodo, lineare o immediatamente seducente. È un vino che cambia nel bicchiere, che porta con sé tensione, energia, asperità e profondità.
Per ApeTime Magazine, raccontare vini di questo tipo significa allargare lo sguardo sul bere contemporaneo. Il vino non è solo denominazione, punteggio o annata. È cultura agricola, identità territoriale, linguaggio gastronomico. E produttori come Oxer Bastegieta ricordano che, a volte, i confini più interessanti sono proprio quelli che il vino riesce ad attraversare.




