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Le categorie di birre prodotte da o per conto dei monaci

Trappiste, d’Abbazia o Conventuali: cosa determina la suddivisione in tre categorie delle birre prodotte da o per conto dei monasteri?

Ricche di tradizione, queste birre hanno una storia plurisecolare. Si differenziano            per l’uso di processi che vengono tramandati di generazione in generazione nelle tradizioni monastiche tedesca e belga: per questo motivo sono bevande dal profilo aromatico unico, conosciute e apprezzate in tutto il mondo.

Come noto, la storia della birra ha origini molto antiche: alcuni reperti archeologici dimostrano infatti che veniva già prodotta più di nove mila anni fa. Se però nei due Paesi appena citati ha acquisito grande centralità lo si deve ad un preciso periodo storico.

Durante il medioevo la birra era più salubre rispetto all’acqua proprio perché bollita: era inoltre un prodotto poco alcolico e per questo considerato adatto anche ai bambini, alla stregua di un “pane liquido”. Fu così che all’interno dei monasteri tedeschi e belgi si sviluppò una particolare attenzione ai processi di produzione brassicola, dando un grande risalto al luppolo, una pianta capace di donare aromi differenti in base alla tipologia utilizzata.

In questa fase nascono quindi le bevande brassate prodotte dai monaci: ricette che ancora oggi vengono riproposte, garantendo birre di grande qualità. Vi sono però delle differenze fra birre d’abbazia, conventuali e monastiche che meritano di essere conosciute.

Le prime, conosciute come trappiste, per potersi avvalere di tale denominazione, devono essere prodotte esclusivamente all’interno di monasteri retti da monaci Trappisti o Cistercensi o sotto il loro diretto controllo: utilizzano ancora i metodi produttivi che sono stati tramandati nel corso dei secoli.

Questi seguono tutti i dettami della fermentazione facendo uso esclusivamente degli ingredienti presenti all’interno degli scritti monastici: le birre in questione sono le più conosciute nel panorama brassicolo mondiale e vengono prodotte da dieci monasteri sparsi in tutta Europa (fino al 2022, quando ha chiuso i battenti, faceva parte del gruppo anche l’americano Spencer situato nei dintorni di Boston).

I ricavi ottenuti dalla vendita delle birre devono essere utilizzati dai monaci solo      ed esclusivamente per degli atti caritatevoli o per ristrutturare l’abbazia nella quale vivono: solo chi segue tutte le regole sopracitate può fregiarsi del titolo e del logo esagonale di ‘Authentic trappist product’, ovvero del riconoscimento nato nel 1962.

Trapper birra

Il marchio più celebre appartenente a questa categoria, probabilmente, è il belga Chimay: le birre sono prodotte nell’abbazia di Notre-Dame de Scourmont, situata in Vallonia. Una delle referenze della casa è l’omonima ‘rouge’ (‘rossa’) con una gradazione alcolica del 7% ed un aroma dolce e fruttato.

Le birre d’abbazia invece possono essere realizzate anche al di fuori dei monasteri, in specifici birrifici dotati di apposita licenza: di conseguenza, chi produce questa tipologia brassicola paga delle royalties agli ordini religiosi per l’uso del nome della loro realtà monastica che aiuta ad attirare l’attenzione degli appassionati dell’antica bevanda.

Averbode e St. Idesbald sono due esempi di birre d’abbazia belghe. La prima realtà,  situata in Belgio a metà strada fra Anversa e Bruxelles, è stata fondata dai monaci Norbertini nel 1134 circa: questi, da allora, portano avanti una tradizione brassicola legata al pane e al formaggio. L’omonima birra si presenta di color giallo intenso e  offre aromi floreali e sentori di mela verde e luppolo che, per l’appunto, si sposano alla perfezione con i prodotti caseari.

St. Idesbald prende invece il nome del primo abate del monastero cistercense dell’Abbazia delle Dune, fondata nel 1138 e situata nelle Fiandre;dopo una prima fase di ricchezza, intorno al XIII secolo, inizia il suo declino fino alla chiusura arrivata nel 1796.

La popolazione locale però, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ha raccolto i fondi che erano necessari per ripristinare l’antico fascino dell’abbazia riuscendo a riportarla nuovamente in vita. Dopo 150 anni quindi, nel 1960, è ripresa la produzione della birra di St. Idesbald, ma, nel 1994, una nuova crisi (causata dall’assenza di monaci) ha messo il birrificio in ginocchio costringendolo a cedere l’attività alla famiglia De Laet che oggi realizza la birra che porta il nome del monastero.

birra Idesbald

Le birre conventuali, infine, sono birre d’ ‘ispirazione monastica’: questo significa che sono tenute a rispettare le tradizioni e le ricette brassicole, oltre che la storia degli antichi monasteri, ma non sono obbligate ad avere un’abbazia che ne diriga     la produzione.

Tra i birrifici più conosciuti appartenenti a tale categoria troviamo il Kloster Scheyern (situato in Baviera) che produce la Gold Hell, una birra con una gradazione robusta e dall’aspetto dorato, caratterizzata da aromi di malti, lievito fresco e crosta di pane, con sentori di frutta e miele d’acacia.

Un altro birrificio conventuale rinomato è il Norbertus che prende il nome da Norbert di Xanten, fondatore dell’ordine monastico dei Premonstratensi. Fra le referenze della casa troviamo la Kellerbier, una birra che ripercorre la tradizione delle lager non filtrate: si presenta di color giallo dorato ed è caratterizzata da aromi floreali, speziati, fruttati e di agrumi.

Se quindi, da un lato, esistono tre categorie nelle quali si dividono le birre prodotte dai monasteri, sia direttamente che indirettamente, o realizzate da birrifici che si rifanno alla tradizione monastica, dall’altro traggono tutte ispirazione dalla pratica messa in atto dalle abbazie belghe e tedesche a partire dal 1700.

La consuetudine consisteva nella realizzazione di birre quaresimali, ovvero bevande arricchite con il malto e quindi adatte ad essere consumate durante il digiuno come fonte di energia: questo il motivo per il quale, oggi come allora, si distinguono per un intenso profilo aromatico che le rende uniche ed inconfondibili.

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Redazione ApeTime
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