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I cocktail vintage Porto Flip, Old Pal e Angel Face: perché si chiamano così

Nuova puntata del viaggio virtuale di ApeTime alla scoperta delle origini dei nomi dei cocktail. Che significa anche scoprire le origini dei cocktail stessi e, spesso, aneddoti, episodi e storie poco conosciute a essi legate.

Questa volta ci occupiamo di tre cocktail “vintage”: Porto Flip, Old Pal e Angel Face. Vediamo allora perché si chiamano così.

Porto Flip

Porto Flip

Innanzi tutto chiariamo che la seconda parte del nome del Porto Flip (basato su brandy e Porto) lo colloca nella categoria dei “Flip”, appunto, ovvero cocktail caratterizzati dalla presenza di uova (intere o solo tuorlo), zucchero e un distillato o vino fortificato. Una tipologia di bevande di origine antica, la cui prima traccia scritta si trova nell’opera “Love for love” del commediografo inglese William Congreve, datata 1695: alla fine del terzo atto, uno dei protagonisti dice “Noi marinai non abbiamo di che preoccuparci! Viviamo in mare, mangiamo biscotti e beviamo flip…”.

Dunque, i flip sono associati da almeno tre secoli ai marinai, tanto che furono proprio i marinai a portarli nelle colonie britanniche in America, dove divennero popolarissimi nelle taverne fra il ‘700 e l’800 (nella “Bartender’s guide” di Jerry Thomas, del 1862, sono citati ben sei cocktail flip, anche se non il Porto Flip). Tuttavia, la prima parte del nome del nostro cocktail (Porto) non è direttamente legata all’approdo di navi e marinai, bensì al principale ingrediente, l’omonimo vino liquoroso portoghese. Che, a sua volta, deve il suo nome alla città portuale nella quale questo prodotto della Valle del Douro (un centinaio di chilometri più a est) veniva tradizionalmente stoccato per essere poi spedito via mare in tutta Europa.

La denominazione Porto Flip è relativamente recente e risale al secondo dopoguerra, quando identificò in alcuni ricettari drink a base di brandy (o cognac), Porto e Chartreuse. Un cocktail che combinava brandy e Porto si ritrova in realtà anche nel “The Savoy Cocktail Book” di Harry Craddock del 1930, ma si chiamava Port Wine Cocktail N.1 e non era un flip, anche se potrebbe avere ispirato quello che conosciamo oggi (che infatti non prevede la Chartreuse), codificato nella lista Iba a partire dal 1986.

old pal
Old Pal

Old Pal

L’Old Pal è una creazione del grande bartender Harry MacElhone, che ne pubblicò per la prima volta la ricetta nel 1922 nell’”Harry’s ABC of Mixing Cocktails”: di fatto, si trattava di un Negroni con canadian o rye whisky al posto del gin, da cui derivò poi il Boulevardier. La stessa ricetta venne ripresa qualche anno dopo da Harry Craddock nel suo “The Savoy Cocktail Book”.

Ma perché “Old Pal”? Questa espressione, che in inglese corrisponde al nostro “vecchio mio“, era usata d’abitudine dal cronista americano William “Sparrow” Robertson, inviato dal New York Herald a seguire lo sport a Parigi fra la fine degli anni ’10 e i primi anni ’20 del Novecento. Nella capitale francese divenne un assiduo frequentatore dell’Harry’s New York Bar di Harry MacElhone, di cui diventò amico. Così, per dare un nome al nuovo cocktail, il bartender di origine scozzese si ispirò proprio alla locuzione con cui il giornalista lo salutava ogni qual volta entrava nel suo locale.

Angel Face

Angel Face

Questo cocktail, a base di gin, apricot brandy e calvados, vanta origini antiche e, come spesso succede con le storie secolari, anche le teorie sulla sua creazione e sul suo nome sono varie e incerte. Alcuni collocano la nascita dell’Angel Face negli Stati Uniti all’epoca del Proibizionismo, altri sostengono che sia stato creato sì negli anni ’20, ma da Harry MacElhone a Parigi, ipotesi sostenuta dalla presenza del calvados, tipico distillato di sidro normanno. La prima traccia documentata risale al 1930, quando Harry Craddock – sempre lui – ne pubblicò la ricetta, sempre nel suo “The Savoy Cocktail Book”.

Ma perché si chiama “Angel Face”, ovvero “faccia d’angelo”? Qualcuno potrebbe ricordare che, in Italia, negli anni ’70 e ’80 le cronache attribuirono questo soprannome a Felice Maniero, capo della “mala del Brenta”. E proprio a un gangster, ma americano e vissuto mezzo secolo prima, sarebbe da ricondurre la denominazione del cocktail: a ispirarla sarebbero le pagine dei giornali dell’epoca in cui ricorrevano le gesta di Abe “Angel Face” Kaminsky, che durante il Proibizionismo mise a segno una lunga serie di rapine ed estorsioni ai danni degli speakeasy di Detroit. Morto nel 1960, Kaminsky ebbe probabilmente modo di apprezzare il “suo” drink, che fa parte della lista Iba sin dalla prima edizione del 1961.

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Stefano Fossati
Stefano Fossati
Redattore del tg Bluerating News, collaboratore delle testate economiche di Bfc Media, di Mixer Planet e naturalmente del Magazine ApeTime.

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