HomeBartenderDonn Beach, l'inventore del tiki: geniale con i cocktail, pessimo col business

Donn Beach, l’inventore del tiki: geniale con i cocktail, pessimo col business

I cocktail tiki sono oggi più popolari che mai, tanto che i nuovi ingressi nella lista 2024 dei drink ufficiali Iba sono in molti casi proprio tiki (compreso l’Iba Tiki di cui vi abbiamo presentato la ricetta).

Andiamo quindi a scoprire chi fu l'”artefice” della cultura tiki, il mitico bartender e imprenditore Ernest Raymond Gantt, passato alla storia come Donn Beach. Nato nel 1907 (a New Orleans secondo alcune fonti, a Limestone County in Texas secondo altre), certamente crebbe in Texas dopo i 3 anni (lo attestano i documenti del censimento del 1910). A 16 anni iniziò a lavorare aiutando la madre nella gestione di alcune pensioni e quattro anni dopo lasciò la casa dei genitori per viaggiare per il mondo.

Donn Beach

Tornò un paio di anni dopo, giusto in tempo per imbarcarsi come lavoratore su uno yacht diretto a Sydney, in Australia, passando per le Hawaii. Successivamente, stando a quanto raccontò lui stesso in un’intervista nel 1986, lavorò per almeno un anno su diverse navi da carico che solcavano il Pacifico del sud. Anche se alcuni storici avvertono che diverse sue affermazioni siano da considerare frutto di fantasie, tenendo conto della sua tendenza a romanzare molti dei propri racconti.

Quel che è certo è che nel 1933, dopo la fine del Proibizionismo negli Usa, aprì a Hollywood (California) un bar chiamato Don’s Beachcomber: non avendo grandi capitali a disposizione per risatrutturare i locali, raccolse arredi di scarto dei locali cantieri navali e qualche avanzo di set cinematografici, decorando il tutto con una serie di “souvenir” collezionati nel corso delle sue navigazioni. Ricreò così un’ambientazione il più possibile caraibica, e caraibico era anche il distillato utilizzato per la preparazione dei drink, il rum.

Un angolo di Polinesia a Hollywood

L’anno successivo il locale si trasferì in una sede più grande, diventò anche ristorante e cambiò nome in Don The Beachcomber. Cambiò poco l’ambientazione, anzi: facendo tesoro delle sue navigazioni per il Pacifico, Gantt pensò di offrire ai suoi clienti un’esperienza in stile polinesiano, in un’epoca in cui ben pochi americani potevano permettersi di visitare da turisti quelle terre esotiche che, al massimo, potevano sognare dopo averle viste al cinema. E infatti uno dei primi motti del bar era: “Se non puoi andare in paradiso, te lo porto io!“.

L’interno del Don the Beachcomber di Chicago

Così, al bancone intratteneva i clienti raccontando storie e aneddoti sui suoi viaggi (non importa se veri o inventati) e preparando “potenti” cocktail a base di rum con ingredienti e decorazioni che richiamavano anch’essi i Caraibi. Ne inventò tantissimi, alcuni dei quali sono passati alla storia, primo fra tutti lo Zombie. Il successo non tardò ad arrivare e i sempre più affezionati clienti iniziarono a identificare il proprietario con il nome stesso del locale, al punto che, poco tempo dopo, lui stesso chiese e ottenne di cambiare legalmente il proprio nome in Donn Beach: per alcuni, lo fece anche per scrollarsi di dosso una certa fama guadagnata nel periodo del Proibizionismo con il contrabbando di alcolici e la gestione di uno speakeasy illegale.

Comunque sia, la crescente popolarità del Don the Beachcomber spinse presto diversi emuli a “ispirarsi” alle ambientazioni e alle ricette di Donn Beach per riproporle in altre zone degli Stati Uniti. Fra questi, Monte Proser, che nel 1939 propose una copia dello Zombie alla World’s Fair di New York e successivamente aprì sulla East Coast diversi ristoranti chiamati proprio Beachcomber.

Il business, l’ex moglie e la mafia

Parte del merito del successo di quello che oggi definiremmo il “format” di Donn the Beachcomber va alla moglie di Donn Beach, Cora Irene “Sunny” Sund, sposata nel 1937: mentre lui si concentrava sui drink, lei metteva a punto la proposta food, ovviamente pensata anch’essa per dare ai clienti l’impressione di trovarsi di fronte a chissà quali specialità esotiche. In realtà, si trattava per lo più di comuni piatti cantonesi, serviti però con uno stile definito “cibo delle isole dei Mari del Sud”.

Donn Beach

Dopo il divorzio, nel 1940, Cora aprì un Don the Beachcomber a Chicago e nel dopoguerra, quando Donn Beach fu congedato dall’aeronautica militare, i due decisero di separare anche i rispettivi business: lui si concentrò sulle Hawaii mentre l’ex moglie mantenne il controllo esclusivo delle operazioni nel resto degli Stati Uniti. Un accordo apparentemente non troppo vantaggioso per il fondatore, al punto che qualcuno sospettò che fu spinto a firmarlo a seguito di importanti “pressioni“. Sta di fatto che, fra i soci del locale di Chicago, figurava Charles Gioe, esponente di spicco di una locale organizzazione mafiosa.

Il rivale Trader Vic

Ma intanto sul mercato si stava affacciando colui che avrebbe finito per rubare a Donn Beach parte della scena nell’ambito della miscelazione e della ristorazione tiki: Victor Bergeron, alias Trader Vic, l’arcirivale. Che, per sua stessa ammissione, si ispirò proprio al Don the Beachcomber quando, nel 1938, trasformò il suo bar di Oakland, l’Hinky Dink’s, in un ristorante in stile polinesiano.

Bergeron non aveva la stessa genilità di Donn Beach nel creare cocktail (anche se la paternità del Mai Tai, lungamente contesa fra i due, gli sarà molti anni dopo definitivamente riconosciuta da un tribunale), però era un abile uomo d’affari: dopo la guerra riuscì a diffondere i suoi ristoranti e tiki bar Trader Vic’s in mezzo mondo grazie a un accordo con la prestigiosa catena di hotel Hilton. Ancora oggi, l’insegna e il format Trader Vic’s sono presenti in alcuni dei più lussuosi alberghi del gruppo, ma di questo parleremo in un’altra occasione.

Il ritiro alle Hawaii

Donn Beach, da parte sua, una volta trasferitosi alle Hawaii, si sposò altre due volte e, oltre a gestire il suo locale a Honolulu, acquisì nei primi anni ’60 alcuni ristoranti, ma i contrasti con la seconda moglie, Carla, finirono per impattare negativamente anche sugli affari. Provò anche a creare un business di case galleggianti da affittare ai turisti, replicando quella che aveva costruito per sè, ma alla fine, al contrario dell’odiato Trader Vic, Donn si rivelò decisamente più portato a fare il bartender che l’imprenditore.

L’attuale Don the Beachcomber in Florida

Nel frattempo, sotto la gestione di Sunny Sund, il format Donn the Beachcomber continuò a espandersi con nuove aperture in diverse città degli Stati Uniti e nel 1972 fu acquisito da Getty Financial che ne portò avanti la crescita. All’apice del suo sviluppo, la catena arrivò a contare 16 ristoranti, anche se non durò molto: negli anni ’80 la moda del tiki era ormai un ricordo e iniziò il turbine di chiusure, cessioni del marchio e tentativi di rilancio.

Oggi l’insegna sopravvive solo all’interno del Cambria Hotel a Madeira Beach, in Florida, dove ha aperto lo scorso anno, anche se l’attuale proprietà, la società 23 Restaurant Services, prevede di aprirne un’altra decina nei prossimi anni nel sud-est degli Usa, prima di tornare a espandersi a livello nazionale.

Donn Beach morì nel 1989, a 82 anni, per un cancro al fegato. Da diversi anni si era ritirato e per qualche tempo si era trasferito con la sua casa galleggiante a Moorea, nella Polinesia Francese, fino a quando questa non fu distrutta da un uragano.

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Stefano Fossati
Stefano Fossati
Redattore del tg Bluerating News, collaboratore delle testate economiche di Bfc Media, di Mixer Planet e naturalmente del Magazine ApeTime.

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