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Giro del mondo in birra: Indonesia

Seconda tappa consecutiva in Asia per il viaggio alla scoperta dei produttori e delle birre che vengono realizzate in ogni angolo del pianeta: dopo l’India, è la volta dell’Indonesia dove sono sì presenti alcuni birrifici, ma la loro crescita è osteggiata da ragioni religiose e sociali.

Questo è infatti il Paese più popoloso del mondo (275 milioni circa di abitanti) a maggioranza musulmana: l’87% degli indonesiani professa questo culto. Come noto, una delle leggi cardine dell’Islam vieta l’uso e la produzione di bevande alcoliche: motivo per cui, in alcune regioni, fino al 2015, anche della birra ne erano vietate sia la produzione che il consumo.

Per tali ragioni, contrariamente a quanto avviene in altri Stati visitati dal viaggio (ad esempio la Guyana), il solo turismo, pur essendo una risorsa molto importante (si pensi all’isola di Bali), non è sufficiente a far crescere i consumi interni dell’antica bevanda: secondo il ‘World beer index 2021’ infatti, in Indonesia, si consumano solo 7 litri di birra pro capite all’ anno.

Nonostante questo scenario, l’inizio della produzione brassicola indonesiana risale addirittura al 1929, durante il periodo della dominazione olandese protrattasi fino al 1945. In quell’ anno infatti, sull’isola di Giava, è stato fondato il birrificio Bintang, per decenni l’unico presente in Indonesia: il nome, nella lingua locale, significa ‘birrificio della stella’.

Non è per nulla casuale il fatto che sia stato scelto questo come nome e come simbolo per il birrificio e per le etichette delle bottiglie: si tratta infatti dello stesso per il quale è conosciuto in tutto il mondo il gruppo birrario olandese proprietario del Bintang, ovvero Heineken.

birra Bintang

Il prodotto di punta della casa, sia per essere una pilsner che per le caratteristiche aromatiche, ricorda la celebre birra. Con una gradazione alcolica del 4,7%, si presenta di colore dorato chiaro con una sottile schiuma: offre aromi di malti caramellati e luppoli floreali.

Se fino al 2015, a causa delle restrizioni religiose, questo è stato l’unico vero e proprio birrificio presente in Indonesia, negli ultimi anni, specie nell’ isola di Bali, a forte richiamo turistico, si è assistito alla nascita di alcune produzioni artigianali. Segno che anche qui la ‘craft beer revolution’ ha iniziato a muovere i primi passi: il contesto continua comunque ad essere difficoltoso a causa delle opposizioni politico – religiose.

Il micro birrificio più popolare si chiama Stark e sorge sulle montagne situate nella parte settentrionale di Bali. Fondato da Bona Budhisurya e Jacob Suryanata, offre sei tipologie di birra fra cui quella aromatizzata al mango e ai lici, una white ale belga (prodotto di ottima qualità secondo le recensioni riportate sul portale ‘Rate beer’), una weiss scura ed un’ipa.

micro birrificio Stark

Come spiegato dai fondatori in una recente intervista: “L’ isola è sempre stata conosciuta in tutto il mondo per il suo artigianato,per l’antica cultura e per la biodiversità: tutti aspetti che si riflettono nelle nostre birre. L’ obiettivo infatti è quello di offrire ai turisti il tocco artistico ed i sapori esotici di questa terra”.

Come in India, anche qui, specie presso quei gruppi etnici (fra i 400 che compongono la popolazione indonesiana) che non seguono la religione islamica, è molto diffusa la birra di riso, una bevanda tradizionale della quale è difficile tracciare la storia: con ogni probabilità però le popolazioni che, nel corso dei secoli, hanno abitato questi territori sapevano fermentare i liquidi già migliaia di anni fa.

Nella preparazione artigianale, il riso (si utilizza quello ad elevato contenuto di glutine) viene pulito sciacquandolo più volte con l’acqua: in seguito, viene cotto e distribuito,per essere scolato, su tappetini realizzati col bamboo oppure sopra le foglie di banano.

A questo punto viene aggiunto l’humao (una botanica) al riso: si tratta di uno starter tradizionale realizzato con farina di riso e corteccia di Albizia (pianta molto diffusa in Asia meridionale) grattugiata che inizia la fermentazione la quale dura più giorni a seconda della stagione.

Quando il riso comincia a rilasciare del liquido zuccherino, questo viene preso e trasferito all’interno di coni chiamati khulu i quali vengono sistemati sopra a dei recipienti che dovranno raccogliere tutto il liquido che cola. Una volta compiuta la colatura, la birra tradizionale è pronta per essere servita e consumata.

Viene realizzata in occasione di feste religiose, oppure di matrimoni e funerali, per essere bevuta durante i pasti; quando nasce un bambino inoltre, il neo padre bagna le labbra del neonato con delle gocce di questa bevanda per tenerlo lontano dalla cattiva sorte.

Una birra tradizionale che, da secoli, fa parte della cultura di numerose etnie fra le centinaia che popolano l’Indonesia, ulteriore dimostrazione di come, in tutto il pianeta, agli antenati dei moderni prodotti brassicoli, sia sempre stato riservato un ruolo centrale nella società di popolazioni fra loro culturalmente molto diverse.

Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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