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Giro del mondo in birra: Ruanda

Dopo la tappa in Romania, dove da secoli si produce la birra tradizionale conosciuta con il nome di ‘braga’ ed è presente un giovane e dinamico movimento brassicolo artigianale, il viaggio birrario mondiale torna in Africa: lo sconfinato continente affascinante anche per le storie riguardanti l’antica bevanda.

Il tour infatti approda in Ruanda, Paese che può contare su una delle economie più solide di tutto il continente: qui, negli ultimi 18 anni, il Pil è quadruplicato, con una crescita media dell’8% annuo, il reddito pro capite è aumentato del 3,5% ed infine la percentuale della popolazione che vive sotto la soglia di povertà è diminuita di 22 punti.

Questo influisce in maniera positiva anche sullo sviluppo del settore della birra: ne è prova il fatto che qui, grazie agli investimenti di un gruppo di giovani imprenditrici, è arrivata la’craft beer revolution’. Nel 2017, infatti, è nato il primo micro birrificio artigianale ruandese: il Kweza.

Nel suo portfolio si trovano cinque referenze brassicole realizzate sfruttando la grande biodiversità del territorio: le birre sono aromatizzate con frutti tropicali (nel caso della Kweza ipa), miele floreale (la Ubuki amber ale), caffè e  cioccolato (la Silverback Oatmeal Stout).

Un birrificio tutto al femminile che, proprio per questo motivo, si pone anche un importante obiettivo sociale: sviluppare il ruolo della donna nella produzione della bevanda. Come abbiamo avuto modo di raccontare, infatti, in tutta l’Africa, sono loro che tradizionalmente preparano la birra, ma non hanno mai potuto beneficiare di profitti derivanti dalle loro creazioni: questo il cambiamento che la piccola azienda vuole mettere in atto, ovvero fare in modo che per loro diventi una fonte di reddito, impiegandole anche in ruoli dirigenziali.

Ruanda che, come quasi tutti i paesi africani, è pure al centro degli interessi commerciali dei grandi produttori della bevanda: questo è dovuto al fatto che, nell’ultimo decennio, nel continente i consumi sono cresciuti del 33% ed inoltre, secondo le stime, entro il 2025, in questo continente si svilupperà il 30% del mercato mondiale della birra: a sostenere questa crescita, troviamo una variabile tipicamente africana, ovvero il continuo aumento della popolazione che oggi è costituita da 1,4 miliardi circa di persone.

In questo caso, troviamo il gruppo Heineken, qui presente dagli inizi degli anni ’90 del secolo scorso con il marchio Bralirwa. Fra le referenze locali del birrificio troviamo la Mutzig lite: una lager che si presenta di color giallo dorato con un aroma luppolato e fruttato.

birra Lite

Se oggi in Ruanda sono quindi presenti realtà aziendali di varie dimensioni attive nella produzione birraria, come accennato in precedenza, anche qui però la birra fa parte da secoli delle tradizioni della popolazione locale ed esistono almeno due bevande tradizionali: quella maggiormente diffusa è l’urwagwa, la birra ottenuta  dalla fermentazione della varietà di banane ‘Musa acuminata’.

La ricetta prevede che al succo ottenuto dalla spremitura, una volta riposto a fermentare in una cisterna di legno, vengano unite delle erbe (inshinge) che spesso crescono ai lati delle montagne. Successivamente, si aggiunge acqua a sufficienza per diluire il livello di zucchero così da ottenere un contenuto di alcool tra il 5% e il 15%.

Il mastro birraio quindi continua a mescolare il contenuto della cisterna (umuvure) e, al momento giusto, pressa la miscela di foglie e banane per estrarne il succo. In seguito, si distribuisce sopra al succo una preparazione di acqua e malto di miglio o sorgo (germogliato, leggermente tostato e macinato) chiamata mulolo o mujimbi, e il tutto viene poi ricoperto di foglie di banana e conservato in un luogo caldo per tre giorni.

Gli enzimi presenti nel miglio, o nel sorgo germogliato, permettono all’amido residuo nelle banane spremute e nel malto di continuare il processo di fermentazione, che avviene grazie alla presenza del lievito (Saccharomyces cerevisae) e ai batteri lactobacilli.

Alla fine del processo di fermentazione, l’urwagwa viene filtrata nuovamente e deve essere consumata entro una settimana. Miscelata ad altri prodotti, la birra cambia nome: se si aggiunge del miele, ad esempio, il prodotto è conosciuto come ‘inturire’. Quando invece il succo utilizzato per preparare la bevanda è fermentato senza l’aggiunta di acqua, la birra è nota come ‘butunda’.

birra banana Ruanda

 

Anche in Ruanda, come in quasi tutti i Paesi dell’Africa, quindi la cultura della birra non deriva principalmente da quelle importate dai coloni europei  nel corso dei secoli, oppure da colossi del settore come Heineken, ma è soprattutto il frutto di diverse tradizioni popolari locali, nelle quali questa bevanda, preparata dalle donne, riveste un ruolo centrale in numerose importanti occasioni sia pubbliche che private, come banchetti nuziali e festività religiose.

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Nicola Prati
Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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