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Giro del mondo in birra: Croazia

Dopo alcune tappe negli altri continenti, il tour brassicolo torna in Europa. L’ultima volta era passato da Cipro, l’ex colonia britannica che propone un’ampia gamma di birre artigianali: avevamo parlato della pale ale Aphrodite’s Rock Sundowner che letteralmente significa ‘l’aperitivo rock di Afrodite’.

Un nome che, a prima vista, quantomeno incuriosisce, ma che in realtà ha un preciso riferimento storico- culturale: questa birra infatti viene prodotta dall’omonimo birrificio situato nei pressi della città costiera di Pafo dove sono presenti numerosi siti archeologici che rimandano al culto di Afrodite, la dea greca della bellezza e dell’amore, che si dice sia nata proprio qui.

Oggi invece il tour si trova nella penisola balcanica, per la precisione in Croazia: una terra che, nel corso dei secoli, è stata occupata da diverse potenze militari e teatro di violenti scontri bellici. Nell’antichità era abitata dagli Illiri il cui dominio su quest’area terminò nel I° secolo a.c., quando fu occupata dall’Impero romano che l’avrebbe governata fino al 1102 quando l’attuale territorio croato entrò a far parte del regno d’Ungheria.

In età moderna, dal 1527 ha fatto parte dell’Impero asburgico fino al termine della prima guerra mondiale quando, con il Trattato di Versailles, è entrata nel Regno dei croati, dei serbi e degli sloveni che, nel 1929, sarebbe stato denominato Regno di Jugoslavia: da quest’ultimo, nel 1945, sarebbe nata la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia guidata dal maresciallo Tito che diede vita ad uno dei regimi dittatoriali più violenti della storia europea.

Alla sua morte, avvenuta nel 1980, le tensioni tra le diverse etnie della penisola balcanica, tenute represse grazie al suo “pugno di ferro”, riemersero violentemente ed esplosero nei sanguinosi conflitti bellici degli anni ‘90 che dissolsero la Jugoslavia in più nazioni. Fra queste la Croazia che si proclamò indipendente il 25 giugno del 1991: questo passo scatenò la reazione dell’esercito jugoslavo a guida serba e la conseguenza fu la guerra d’indipendenza croata conclusasi nel 1995 con l’esodo e la pulizia etnica della popolazione serba di Croazia.

Al termine del conflitto, il Paese ha impiegato diverso tempo per rilanciare la propria economia, ma a partire dalla metà degli anni duemila questa ha subito una decisa accelerazione grazie allo sviluppo del settore terziario e dell’industria leggera. Un’altra voce importante del PIL nazionale è rappresentata dal turismo essendo meta molto ambita, anche dagli italiani, specialmente nei mesi estivi.

IL CRAFT BEER REVOLUTION

Lo sviluppo economico ha avuto degli importanti riflessi positivi anche sul settore birrario che, fino a poco tempo fa, vedeva la presenza di soli due birrifici autoctoni: anche la Croazia oggi è infatti interessata, come tanti altri Paesi del mondo, dal fenomeno definito come ‘craft beer revolution’; si tratta della realizzazione artigianale di prodotti brassicoli mediante l’utilizzo delle materie prime offerte dal territorio. Un processo che consente una notevole differenziazione rispetto alle birre industriali e porta alla riscoperta della qualità dei prodotti artigianali.

I BIRRIFICI E LE LORO REFERENZE

La nascita di numerosi piccoli birrifici (40 negli ultimi cinque anni con una produzione complessiva di 55mila ettolitri), è strettamente legata alla crescita dei consumi interni che, secondo le statistiche della Kirin Beer University, collocano la Croazia al nono posto a livello mondiale con 85,5 litri pro capite all’anno (basti pensare che solo nel 2012 il dato era 78 ed il Paese occupava il 14° posto di questa graduatoria).

Una produzione artigianale che dalle fonti viene definita di grande qualità (citati fra gli altri ,birrifici di Vukovar e Osjek), ma che fatica a trovare spazio sul mercato interno: le birre infatti sono quasi tutte prodotte senza l’impiego di conservanti, motivo per cui deperiscono molto rapidamente e non possono essere distribuite su tutto il territorio nazionale.

La conseguenza di queste limitazioni è che sono ancora i due storici marchi industriali autoctoni a contendersi la leadership del settore: Ozujsko e Karlovacko, birre realizzate rispettivamente nella capitale Zagabria e a Karlovac.

La prima viene prodotta dal 1892 ed è colloquialmente chiamata “Žuja“, ovvero la traduzione in croato del termine tedesco ‘marzen’, lo stile brassicolo della Baviera ai cui canoni s’ispira la sua ricetta. Proprio per questo motivo, si tratta di una birra a bassa fermentazione con una gradazione alcolica del 5,2% che si presenta di un giallo limpido con una sottile schiuma;per quanto concerne l’aroma, spiccano note di erbe, frutta e malto.

Ozujsko birra
Ozujsko

La seconda invece produce la propria birra dal 1854 e dal 2003 appartiene al gruppo Heineken, motivo per cui viene esportata in tutto il mondo. Nel 2005 inoltre gli è stata assegnata la medaglia d’oro alla fiera commerciale internazionale di Drinktec a Monaco di Baviera.

La Karlovacko, per quanto riguarda le sue caratteristiche peculiari, è una lager sempre d’ispirazione tedesca, più classica rispetto alla Ozujsko e con una gradazione alcolica del 5%. Si presenta di un colore giallo chiaro e mette in risalto le note dolci del malto che non vanno però a coprire l’aroma dato dal luppolo.

Karlovacko
Karlovacko

Il fatto che le due birre industriali che finora hanno dominato la scena birraria croata siano prodotte secondo i canoni di due tradizioni brassicole tedesche, è collegato alla lunga occupazione del territorio da parte dell’impero austro-ungarico e quindi alla massiccia presenza di popolazioni germaniche: ma come visto, oggi, grazie alla ‘craft beer revolution’, il panorama sta cambiando. Grazie all’inventiva di diversi giovani mastri birrai infatti, sul mercato interno ora è presente un numero crescente di ‘nuovi sapori di birra’ che si rifanno ad altre tradizioni europee, come quella inglese, o che sono del tutto originali e quindi al di fuori dei canoni degli stili classici

Nicola Prati
Nicola Prati
Classe 1981. Subito dopo la maturità classica, inizia a collaborare con la ‘Gazzetta di Parma’ (2000): una collaborazione giornalistica che durerà otto anni. Contemporaneamente, dal 2005 al 2008, fa parte dell’ufficio stampa del Gran Rugby Parma. Successivamente, fra le altre esperienze lavorative, quella nell’ufficio comunicazione interna di Cariparma Credit Agricole e nella direzione relazioni esterne del gruppo Barilla. Le sue due più grandi passioni sono tutti gli sport e la musica. A queste, si aggiungono la lettura, i viaggi e la cucina. Collabora con ApeTime da gennaio 2021.

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