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Il Barber Shop di Roma chiede aiuto con Call It Quits

Il Barber Shop di Roma ha lanciato sui social la campagna Call It Quits per salvare il locale, che per ora non ha goduto nemmeno dei ristori

“In questi 11 mesi, abbiamo potuto lavorare solo 60 giorni. Siamo un club che promuove l’arte in tutte le sue forme. Per aprire, dobbiamo essere in zona bianca. Non ce la facciamo più”, ci racconta Joy Napolitano, tra i soci del Barber Shop di Roma.

Quali obiettivi vi ponete dalla campagna Call It Quits?
L’obiettivo è di raggiungere 10 mila euro. Cifra che non ci permetterebbe di coprire tutte le spese, ma ci consentirebbe di non chiudere definitivamente. Ovviamente, speriamo di ricevere prima o poi anche il ristoro. Insomma, lo scopo della campagna Call It Quits è di raccogliere abbastanza fondi per continuare il nostro viaggio.

Barber Shop
Federico Diddi, Joy Napolitano e Michelangelo Bruno

Da un punto di vista umano, è stato difficile lanciare la campagna di sostegno economico sui social?
Molto difficile. Decisamente imbarazzante. Chiedere un aiuto economico non è nelle mie corde. E nemmeno in quelle dei miei colleghi. La verità, però, è che senza nuove entrate dobbiamo chiudere. Abbiamo bisogno di liquidità e siamo davvero riconoscenti a chi ci aiuta. Intanto, per ringraziare i nostri donatori stiamo realizzando una lattina speciale.

Uno sguardo allo scenario attuale. A gran voce diversi gestori chiedono di prolungare l’orario di apertura dei locali alle 22, affermando di essere in grado di aprire nel rispetto delle regole di sicurezza e dei protocolli. E qualcuno inizia a mettere in discussione il principio stesso del coprifuoco. Che cosa ne pensi?
Favorevole all’apertura fino alle 22, se avessimo un aiuto concreto dallo Stato per quanto riguarda i controlli. Invece, non contesto il coprifuoco visto il momento di urgenza sanitaria, ma disapprovo le tecniche di repressione.

Spiegati meglio.
Per me, dovremmo potere riaprire ma con un maggiore supporto dello Stato per fare rispettare le regole. Siamo onesti: senza il controllo della pubblica amministrazione non si può garantire l’assenza di assembramenti vicino ai locali. Chi lavora al bar non può svolgere il ruolo di controllore della legge, anche se si fa supportare da un addetto alla sicurezza. Cosa che noi facciamo, ma non basta. Il problema, però, è che mi sembra manchino le risorse per i controlli. E quindi per ora restiamo chiusi… ci vorrebbe una Force deputata a quest’operazione.

 

INTERVISTE

Nicole Cavazzuti
Mixology Expert è giornalista freelance, docente e consulente per aziende e locali. Ha iniziato la sua carriera con il mensile Bargiornale e, seppur con qualche variazione sul tema, si è sempre occupata di bar, spirits e cocktail. Oggi scrive di mixology e affini su VanityFair.it e Il Messaggero.it. Chiamata spesso come giudice di concorsi di bartending, ha ideato e condotto il primo master di Spirits and Drinks Communication. Da novembre 2019 è la responsabile della sezione bere miscelato del nostro ApeTime Magazine. Per 15 anni è stata la prima firma in ambito mixology del mensile Mixer, organo di stampa della FIPE, per il quale ha ideato diverse rubriche, tra cui il tg dell'ospitalità (Weekly Tv) e History Cocktail, ancora attive e oggi in mano agli ex colleghi di redazione.

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