HomeBirraGiro del mondo in birra: Estonia e il birrificio Pohjala

Giro del mondo in birra: Estonia e il birrificio Pohjala

Dopo la pausa natalizia, riparte il viaggio alla scoperta dei prodotti brassicoli realizzati in ogni angolo del pianeta e delle culture birrarie alle loro spalle.

Andiamo in Estonia, paese che vede attivi un numero imprecisato di microbirrifici, affiancare i due veri e propri birrifici industriali autoctoni.

L’ultima tappa, era stata in Eritrea dove l’unica realtà attiva del settore è il birrificio fondato dall’imprenditore italiano Luigi Melotti nel 1939, in piena epoca coloniale italiana.

Da una nazione che presenta un solo birrificio, ad un’altra che offre diversi spunti di riflessione riguardo al mondo brassicolo: stiamo parlando dell’Estonia, il Paese baltico che, nonostante abbia una popolazione di 1,3 milioni di abitanti (meno della sola Milano), vede attivi un numero imprecisato di microbirrifici, aperti negli ultimi anni, che si sono aggiunti ai due veri e propri birrifici industriali autoctoni, attivi già dalla prima metà dell’ ’800.

L’Estonia infatti, da più di dieci anni, è anch’essa interessata dal fenomeno di dimensione planetaria conosciuto come ‘craft beer revolution’ che prevede l’impiego di materie prime locali da parte dei mastri birrai per riprodurre i classici stili europei e, in questo caso, soprattutto americani, con l’obiettivo di distinguere e diversificare i propri prodotti rispetto a quelli industriali.

Questa tendenza, ha trovato terreno particolarmente fertile sul Baltico per due motivi ben precisi. Il primo, consiste nel fatto che gli estoni sono fra i più grandi consumatori di birra del mondo: sono stabilmente nella top ten di questa classifica con un consumo, secondo le fonti, di circa 350 litri pro capite annui che pongono l’Estonia più in alto in graduatoria rispetto ad un Paese noto in tutto il mondo per le proprie tradizioni birrarie quale il Belgio (299).

Il secondo, riguarda il fatto che, a partire dai primi anni duemila, molti giovani locali, stanchi dei soliti sapori offerti dalle bevande industriali sia importate che autoctone, hanno iniziato a produrre nuove birre (soprattutto d’ispirazione americana) nei garage e nelle cantine delle proprie abitazioni: un’intraprendenza che, in molti casi, avrebbe dato vita a prodotti di qualità che sarebbero riusciti ad imporsi sia sul mercato interno che su quelli esteri venendo esportati anche in Italia.

Un successo, quello della ‘craft beer revolution’, che infatti si spiega anche grazie al fatto che i piccoli produttori locali, una volta avviati dei veri e propri piccoli birrifici, hanno saputo coniugare in modo ottimale quanto previsto dalle ricette tradizionali con i prodotti offerti dal loro territorio quali ginepro, muschio, betulla, segale ed avena. Un lavoro mediamente di alta qualità come dimostra il fatto che la capitale Tallinn, nel 2019, è stata inserita dalla CNN fra le 15 migliori città del mondo come offerta brassicola artigianale.

craft beer revolution

Una produzione che si amplia di anno in anno togliendo quote di mercato ai due storici birrifici autoctoni: il più antico si chiama ‘A. Le Coq’ ed è stato fondato dall’ omonimo imprenditore tedesco nel 1807. Con la propria variegata gamma di prodotti brassicoli, da sempre detiene la leadership dei consumi interni: fra le altre, offre birre che si rifanno alla tradizione inglese (la ‘British red ale’), belga (la belgian ale ‘Le Coq abbey’) e ceca (la ‘Le Coq Pilsner’).

IL BIRRIFICIO POHJANA

Il primo vero e proprio microbirrificio pioniere della rinascita brassicola estone, un settore che ha risentito pesantemente dell’occupazione sovietica durata fino al 1991, anno dell’indipendenza che ha dato il via al rilancio economico del Paese, si chiama Pohjala.

È stato fondato nel 2011 a Tallinn da quattro appassionati di birra e vecchi amici: Gren Noormets, Peeter Keek, Enn Parel e Tilt Paananen manager di Skype, la famosa applicazione di messaggistica e video chiamate il cui progetto, in parte, è nato nel 2003 proprio in Estonia.

Nel 2014, i soci sono riusciti a raccogliere i fondi necessari per aprire un vero e proprio stabilimento ed hanno ingaggiato come mastro birraio lo scozzese Chris Pilkington (ex Brewdog). La domanda è cresciuta rapidamente grazie alla qualità delle birre prodotte unita alla grafica delle etichette di bottiglie e lattine che non passano inosservate grazie ad accattivanti rappresentazioni grafiche e colori sgargianti.

Le birre vengono realizzate con pregiati malti, luppoli freschi, solitamente americani ed australiani, e la purissima acqua del sottosuolo: gli stili prodotti sono in gran parte afferenti alla macrocategoria delle pale ale e rivisitano in chiave moderna, tramite l’utilizzo di botaniche locali, gli stili europei ed americani. Sono inoltre suddivise in continuative, stagionali, occasionali ed altre che vengono invecchiate in botte.

La fama del birrificio Pohjala, nel volgere di pochi anni, ha iniziato a diffondersi al di fuori dei confini nazionali ed ora i suoi prodotti sono disponibili in diverse nazioni, tra cui gli Stati Uniti. Un lavoro la cui qualità è stata premiata dal celebre portale web ‘Rate Beer’, che raccoglie pareri e voti su tutte le birre del mondo, come ‘Best beer from Estonia

birra Pohjala

Come detto, sono davvero numerosi i piccoli produttori di birra estoni (fra gli altri piccoli birrifici nati negli ultimi anni, citiamo il Puhaste, il Sori Brewing e il Tanker): motivo per cui torneremo a parlare del movimento birrario estone che, come quello di altre nazioni grandi produttrici della bevanda come il Belgio o la Danimarca, merita un ulteriore approfondimento. L’Estonia, come per esempio l’Ecuador, è infatti un altro esempio di come l’arte brassicola stia conoscendo una grande espansione in ogni angolo del pianeta offrendo prodotti di qualità.

Redazione ApeTimehttps://www.apetime.com
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