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Londra premia i bartender italiani. Ma Dom Costa mette in guardia…

Il Connaught di Londra del bartender italiano Agostino Perrone è stato incoronato miglior bar del mondo per il secondo anno consecutivo. Ve ne abbiamo parlato. Ancora una volta, quindi, il re del bere miscelato è un italiano residente a Londra.

La notizia ci dà il pretesto per parlare della capitale inglese, ovviamente in chiave mixology. E lo facciamo con Dom Costa. Premessa: per un bartender un’esperienza a Londra è consigliabile sia per l’apprendimento della lingua che per l’opportunità di arricchire il proprio curriculum vitae. Ma viverci a lungo è ben altra cosa. Meglio pensarci con calma. E tenere presente che…

LondraLondra è una città che divide. E senza mezze misure. C’è chi la ama e chi la detesta.
In genere, i primi godono di una certa disponibilità di spesa. Abbastanza, almeno, da permettersi di affittare a cifre strabilianti un minuscolo appartamento da soli, magari pure in un quartiere in zona 3 (!).
Gli altri, ovvero la maggioranza, sanno bene che la capitale dell’Inghilterra è sinonimo di case anguste condivise con oltre tre sconosciuti, moquette ovunque, bagni improponibili, distanze da megalopoli e abitudini di vita molto diverse dalle nostre.

“A Londra si trascorre la maggior parte del tempo a cercare un lavoro meglio retribuito e una casa in condizioni meno terribili”, taglia corto Dom Costa, oggi consulente interno di Velier.
Certo, a Londra si guadagna meglio che in Italia e ci si può fare conoscere a una platea internazionale con maggiore facilità. Ma il prezzo da pagare è alto.
“Sicuramente è stata la prima città in Europa a dare avvio alla seconda Golden Age della mixology. E qui hanno fatto fortuna moltissimi dei nostri professionisti. Pioniere su tutti è stato Salvatore Calabrese, che già negli anni Ottanta lavorava a Londra, e che si può considerare un outsider rispetto ai colleghi italiani”, ricorda Dom Costa.
DOM COSTA
Nicole Cavazzuti e Dom Costa

ITALIANS MAKE BIG LONDON
“Londra si è accreditata come prima capitale del bere miscelato europeo soprattutto grazie a Dick Bradsell, il primo che propose drink realizzati con materie prime fresche e preparazioni home made”, ricorda Dom Costa. “Detto questo, anche noi italiani abbiamo contribuito a dare lustro alla scena della mixology londinese”, aggiunge.

“Negli anni ’90 noi avevamo alle spalle già la scuola di Aibes. Inoltre, in certe città era rimasta forte la cultura dell’aperitivo. Quindi, anche se all’epoca in Italia esistevano pochi cocktail bar al di là di quelli degli hotel di lusso, rispetto ai barman inglesi eravamo sicuramente più preparati. E a dirla tutta là non abbiamo avuto molta concorrenza perché pochi europei desideravano andare a vivere in una città così costosa e difficile”, conclude Costa. Uomo avvisato…

Dick Bradsell: l’uomo della II Golden Age londinese

Dick iniziò a lavorare dietro al bancone a 19 anni con lo zio in un circolo per gentiluomini frequentato da membri a riposo dell’Esercito della Marina. Poi, dopo la metà degli anni ’70, diventò runner e in seguito barman al Zanzibar Club, locale di tendenza per soli soci a Covent Garden. La svolta, nel 1987: approdò al Fred’s Club, bar su due piani di ritrovo prima di andare in disco. Qui Dick Bradsell ebbe per la prima volta la libertà di creare cocktail originali e innovativi, come l’Espresso Martini (allora chiamato Vodka Martini). O come il Bramble. (Non ti ricordi la sua storia? Allora clicca qui).
Senza scordare il Russian Spring Punch, cocktail ufficiale IBA, che insieme proprio al Bramble fa parte dei New Era Drinks.

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Nicole Cavazzuti
Giornalista freelance esperta di distillati and cocktail bar, è la prima firma in ambito mixology del mensile Mixer e collabora con VanityFair.it e Il Messaggero.it con articoli, video e foto. Giudice di concorsi di bartending, ha ideato e condotto il primo corso italiano di Spirits and Drink Communication. Da novembre 2019 è la responsabile della sezione bere miscelato e spirits del magazine di ApeTime.

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